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martedì 21 settembre 2021

XXI Settembre

Focolai nella sera e torbide ombre..

ale di stormi che fuggono svelti..

bave di nebbie leggere, ravvolte,

come aspi per ricami funerari…

Focolai come lumini di tombe

che mi fan da riverberi sui celtici

campi dei Raudii dalle tante scolte..

le ragnatele simili a sudari…

Ecco l’Autunno! Il vecchio, amato Autunno!...

 

Il mio occhio si è fermato sulle bacche

rosse, sul sangue di una foglia nera,

ha perduto se stesso nella tenebra

del tardo pomeriggio e adesso è cieco:

sente il richiamo delle vecchie vacche

dalla collina dalla spenta cera,

sente un muggito terribile e bieco;

sento le ore che passano veloci,

sento qualche latrato dai sentieri -

da lungi.. un arrostir di castagne crude,

una pioggia di ghiande per maiali..

un via-vai di becchini con le croci

per mille foglie senza nomi e ceri,

per l’ultimo ramoscel che s’illude

d’aver compagni i germogli immortali.

 

Sì, ecco l’Autunno! Svelto come il treno

che a volte va sotto la mia finestra,

con i suoi strilli da Mostro ferrato

e col sguardo stolto di un passeggero…

Poi, è il nulla!... Immensità silenziosa,

le bacche che si fanno e scarne e marce,

gli scheletri dei platani che ridono

in una danza della Morte al ritmo

del vento.. i fossi asciutti.. e io che corro,

che seguo l’eco d’uno stormo e ceno

al buio con il cucchiaio di minestra..

e io che ho freddo: voglio una coperta,

vorrei un calice di Ebe, come un tempo,

una mescita dolce di Falerno..

vorrei che l’ultima amica mia foglia

mi versasse del miele e mescolasse;

ma la foglia si stacca, dondola, agitasi -

plana come una piuma - avanza, cade.

“Perdonami! Non ho più miele!” e muore.

 

Ecco l’Autunno! Questa mia stagione

amata e indefinita! E la sua tanta

mestizia e la sua felice avvenenza.

E forse anch’io ormai sono un vecchio ramo,

ho imparato a piangere le mie foglie.

Dipinto di Stanisław Stefan Zygmunt Masłowski (1853–1926), Wschód Księżyca -  Levata di Luna, Realismo, Impressionismo, Tardo-Romanticismo paesaggistico polacco, 1884. Olio su Tela. National Museum, Cracovia.
Massimiliano Zaino di Lavezzaro, Mia Registrata, Martedì XXI Settembre AD MMXXI.

domenica 5 settembre 2021

Inno a Ebe. Inno alla Vita

Danzar ti ho vista di gioia mentre servivi,

o Ebe. Ma questi Dei odiano gli Amori,

ci bandiscono già dall’Olimpo aureo

e la terra dei vivi non ci vuole.

 

Ahi quanto mi brillasti! Come Sole

sulle onde di un Oceano lontano…

(E) com’è bello risentir la tua voce,

segretamente al cuor filtro d’Amore!

 

Mi dessi almeno la tua dolce mano,

soavi fiori di dita di Dea,

mi avvicinassi le labbia alle guance

così da sentire il tuo ebbro sospiro..

 

sarebbe come grano negli Elisi,

come una dolce e timida ninfea

che plana sullo specchio dello stagno,

incanto per le rane canterine!

 

E dirtelo vorrei.. ma odo silenzio

profondo, mentre tu versi nei calici

a quei crudeli mostri dell’Abisso,

come la gioventù che mi scompare.

 

Pur mi sta in cuore come un disio infisso

nel suo sangue veniale, come assenzio.

Ma ampio e infinito è tra noi il vecchio mare.

 

Mi fu un bel Sogno!... La notte mi chiama,

ho päura. Tu, dunque, ti allontani

nell’Ignoto sprofondando e nel buio,

e mi lasci una scia di Luna smorta.

 

Io a questa impronta mi aggrappo e mi dolgo,

urlo agli Dei.. le Parche, l’Ade.. il Fato.

Torna indietro! Ritorna, oh Ebe! Perché

fuggirmi ora che Autunno mi sovviene?...

 

Ma nel mio cuor v’è un senso così forte,

un sentimento pensieroso e amato,

una speme di Vita che mi tiene:

io per te sfiderò il buio e poi la Morte.

Dipinto di Jean-Louis André Théodore Géricault (1791-1824), Autoritratto, Romanticismo francese, 1820 circa. Olio su Tela. Museo del Louvre, Parigi.
Massimiliano Zaino di Lavezzaro, Mia Registrata, Domenica V Settembre AD MMXXI.

sabato 12 ottobre 2019

Un'altra Sera

Ed è un'altra sera, ora, - che trascorre in pallide lagrime
asciutte; mentre fuori l'Autunno il destriero suo... ratto

agita sulle foglie, ricaduti sguardi di spente
querce solitarie e povere. Ma qui... io... ben più misero e pallido

di loro, la tramontata speme oblio; e nel pianto ramingo,
quasi un rantolo di un muto, le tue orme trapassano svelte,

o Ebe. Lo so che ancora, di nuovo, pe' un'altra volta, oggi
come ïeri, mi hai orbato le ruvide mani del tuo

saluto. Né so che cosa vuol dire quel quieto sorridere
che segue sempre il tuo labbro, rimasto in silenzio per ore.

Caspar David Friedrich, Una Vetta di Montagna tra la Nebbia, Romanticismo tedesco, Prima Metà del Secolo XIX

Massimiliano Zaino di Lavezzaro, Mia Registrata, in Dì di Sabato XII del Mese di Ottobre AD MMXIX.

giovedì 3 ottobre 2019

Un'Elegia a Ebe

Lento s'appresta l'oblio quando il tuo guardar ne' miei sguardi
iri di rapimento mi rivolge. Ma ora che so

quant'è la lontananza che colmano i Sogni fuggevoli,
come un Oceano impetuoso tra terre selvagge, e che pallide

e secche cadon le foglie sulle maschie braccia del nuovo
Ottobre, io di te non vedo più nulla, o un sorriso,

né un'ombra confusa tra le prime nebbie sottili,
tra i lumi della Luna - assente profonda, tra i fili

della piova battente. Ma sovviene presto il Tramonto,
o mia Ebe solitaria, che decreta al Sogno la Morte,

la fine alla vendemmia.

Alfred Elmore, Tanto Rumore per Nulla, Romanticismo inglese, 1846

Massimiliano Zaino di Lavezzaro, Mia Registrata, in Dì di Giovedì III del Mese di Ottobre AD MMXIX.

sabato 17 novembre 2018

Il Mosto del Barbaro

Nebbie! sorgete, oh spettri di guerrieri!
Bocche di Villi da' bardi baciate,
cristalli di vendemmiata pioviggine!

Dianzi a' il buon mosto, intanto, da voi io lungi
giacio. E ripenso!.... Oh rosei vapor
del Crepuscolo! sìmili alle guance

dell'Ebe che sorseggio! Oh amica sera
che i ricordi del giorno mi divori
lievemente scaldandomi alla Luna!

Oh arpe che inneggiano al sepolto corpo
di Freia, l'estiva, fertile a' le fiamme
infinite del Sole! Ahi, canto funebre

che Skàdi evoca alla Vànir dormiente,
mentre il nevischio annunzia il nuovo inverno!

Ho freddo, oh nebbie! E la mia landa immensa
sotto i miei occhi inghiottite. E penso. E piango.
Oh foglioline indispettite a' vischi

per le falci de' Druidi dell'Autunno!
Oh corpicini secchi che insepolti,
poiché inumani, le Valchirie évitano

nel lor guerresco volo! Oh tintinnar
di rigide ocra reliquie di querce...
oh fulvi rimasugli de' bei pioppi!

Oh cimbe di fogliami remiganti
sulle più sacre ripe dell'Arbogna
've il mio calice accoglie il vin selvaggio

degli acerbi vitigni! Oh Erda... Erda, Dea
di questa addormentata, empia Natura! 

Hai tessute le spoglie delle Figlie
delle onde de' torrenti! il dolce ventre
a Freia hai donato! Hai splasmata

la cetra urlante di Lorelei che urla
fino a farsi sentir tra queste brume,
bianche regine del mio freddo Nord!

E ora io godo del tuo vino mietuto
dal correre del tempo che lo invecchia -
ei immortal, io dannato a estremi spiri!

Brindo a te, allora, oh Natura pallente,
cui sopravvivo al momentaneo sonno
per avere nel cuor i tuoi gai ardori!

Brindo a te, e immergo il nappo a' la mia bocca,
e avrò qui forse un po' di caldo, allora!

E penso! E bevo!.... Froh! non hai scordato
il mio desiro di coglier la Gioia
baciandole ne' Sogni ansanti labbra?....

Ma odo che sempre più la piova cade,
e il meriggio mi pàr sempre più breve,
donde qui a me ei rapisce ore di Vita.

Così svelto sovvien, infatti, il vespro,
e presto si svanisce il sacro fuoco
del mosto di novembre in mia ogni vena.

E mi rimane l'eterno cordoglio
che de' bardi ferisce il cuor che duole:
il Sogno! Ombra che appena all'alba muor.

E so che in questi brividi di sera
il nido intesse questo oscuro Fato!

Gustavo Simoni, L'Istoria del Menestrello, Tardo-Romanticismo italiano, Fine del XIX Secolo


Massimiliano Zaino di Lavezzaro, Mia Registrata, in Dì di Sabato XVII del Mese di Novembre dell'Anno del Signore Iddio Gesù Cristo, di Grazia, di Fede e di Pace AD MMXVIII.

mercoledì 24 ottobre 2018

Gelido Spleen d'una Sera di Autunno

Ho freddo; e tace. Tace il vespro inquieto,
le ombre del vento su' i pioppi difformi.
Tace il proscritto Sogno. Tace il Sole
che crolla. Tace
l'eco perenne de' i singhiozzi amari,
le orme della bipenne. Tace il labbro
di Ebe, che si protrae in silenzi oscuri
per ogni Notte.
Tace il destriero che porta le lettere
nelle Tempeste de' le prime nebbie
a' il piè del nuovo novembre. Tace anche
l'alba che viene
appena dopo il regno de' le larve.
Tace il fiore al cospetto della pieve
per la campagna; tace lo sbadiglio
di ombrosi campi.
Tace la dissacrante processione
egizia degli íbis per le ripe
che bruciano di paglie. Tace il cieco
oblio delle anime
del cimitero. Tace il tuo occhio. Tace
il sopraciglio del pallido Autunno
che ami con me, Ebe. Tace la pianura
qui sonnolente.
Tace all'altare la spogliata croce,
l'ostia che maledice e mi condanna.
Tace l'Eterno. Tace la marmorea
statua de' Santi.
Tace il teutonico animo di un cuore
sotto spoglia mentita. Tace il Fato.
Tace Proserpina al suo orbo Plutone
pria di dormire.
Tace il singulto del Tutto profano
che piange e grida per questi suoi sferici
orizzonti morenti. Tace un urlo
che è tanto forte
per essere sentito da una stirpe
figlia del fango. Tace il frutto antico
del Male, il loto sopra il seno di Eva.
Tace la Gioia.
Tace il represso Desiderio. Tace
quel capello piangente d'un bel salice
che attende la perizia di man druidica
a far corona
per le bare de' i Sogni. Tace il fosso
che a' neri sguardi ti sta dianzi e a' fosche
fiammelle del Tramonto. Tace il fumo
del campo in preda
dell'igna falce de' il mietitor. Tace
l'Arbogna che fa il conto delle impronte
e de' passi che sente. Tace il corso
del prosciugato
mare delle risaie. Tace il mosto
che avvelena i miei istanti di pensieri
sommessi. Tace l'airone che cerca
l'ultimo seme
di riso. Tace la Natura insonne
nel suo autunnale sepolcro inumano
che in mano porta i teschi delle vittime.
Tace la Vita.
Tace la rimembrata Luna al vecchio
incontro. Tace l'Estate trascorsa,
annientata al svanir di queste maschere
sognanti. Tacciono
i nostri cani, le nostre vie, il mio
sepolcrale giaciglio derubato
de' lumicini. Tace la tua mano, Ebe,
il tuo pugnale.
Tace il respiro del mio sonno inquieto
che gela l'ossa e pietrifica il sangue
animato dagli incubi feroci.
Tace il tuo labbro.
Tace la tua vendemmia, la tua danza,
il tuo sorriso che riempie le coppe
di ebbro veleno. Tace il fiele amaro
che sale in bocca. 
Tace il nettare dolce delle rose
che appassiscono presto a dare spazio
a' crisantemi. Tace.... Tace il vespro
della mia steppa.
Tace l'Anima amica d'una viola
sopravvissuta alla fine d'Estate.
Tace il dipinto d'una Madonnina
su un vecchio muro.
Tace la siepe del parco ridente
dove i bambini giuocan con l'assillo
de' compiti sgraziati. Tace il ferro
di ampi cancelli.
Tace il cane da caccia quando passo
vicino. Tace il cinguettio di stormi
fuggenti. Tace l'erba che calpesto.
Tace dovunque
la compagna ombra che trascina pena
selvaggia e ascosta lungo il mio cammino.
Tace... Tace un responso. E questo Eterno
non m'ha a pietà!
Tace il tuo sibilo amico nell'attimo
in cui ti sogno, dardo di Dea. Tace
la tua bocca schioccante orridi oblii
del tuo silenzio.
Tace il tuo crine di Notte splendente
con la Luna di tue belle pupille
che sognano nel giorno. Tace il tuo
vestir pesante
lane d'Autunno. Tace la irrequieta
tua pièta di fanciulla che non sa
i duoli del Pöeta. Tace il Cielo
con i suoi Ángioli.
Tace l'edera fulva de' il vegliardo
giardino. Tace l'ululato canto
de' levrieri pe' i corni della caccia;
e taci tu,
che non ti mostri e non rispondi a' cenni
del tuo cantore. Tace il tuo respiro,
la tua parola sussurrata. Tace
il tuo bel volto
co' tuoi capelli raccolti sul morbido
candido collo. Tace il tuo mento, o uva,
che spremi i vini de' i rimorsi estivi
e della Sorte.
Tace l'onda che va e si perde altrove
de' vicini ruscelli. Tace il lezzo
fangoso degli stagni e delle tife
che putrefatte
volgono l'ultimo addio al Sole. Tace
la chiesetta di Santa Maria,
il suo vïale spogliato di foglie
cadute e secche.
Tace il marziale campo ove i fanciulli
si rincorrono lesti. Tace il pioppo
che adombra i loculi al cimitero, urlo
di atroci pene.
Tace questa sperata e grazïosa
dedita bocca a' melliflui responsi
che non mi giungono ancora nel vasto
e freddo Autunno.
Tace la pazïenza nelle vene
del cuore che mi distillano noie
d'attese sempiterne e funestate.
Tace la panca
ove mi seggo, aspettando il rumore -
forse - de' il passo tuo. Tace il sogghigno
de' l'orizzonte che nella sua Notte
or mi divora.
Tace dovunque il tuo sembiante bello,
l'impronta del tuo cuore portentoso,
o Ebe. Tace il tuo guardo. E allor m'è regno
enorme silenzio.

James Clarke Hook, Wreckage from the Fruiter, Tardo-Romanticismo inglese, 1889



Massimiliano Zaino Di Lavezzaro, Mia Registrata, in Dì di Martedì XXIII del Mese di Ottobre dell'Anno del Signore Iddio Gesù Cristo, di Grazia, di Fede e di Pace AD MMXVIII.

domenica 14 ottobre 2018

Ebe

Le sue foltissime ciglia bianche stavano fisse su quel calice che, appena alzato da una mano vecchia e tremula, traboccava di raffinato vino, uno di quei delle migliori vendemmie. Appena nascosti, i suoi occhi fissavano ancor più il divino sangue della vite e de' suoi tralci; e sembravano quasi assenti di fronte alla realtà, una tavola imbandita, un attimo dedicato a un festeggiamento di trofei e di vanità... erano contemplativi, perduti in qualche orizzonte non presente... fors'anche mai esistito, o premonitore di una Vita migliore prossima ad accoglierli.... Affogavano e naufragavano ripetutamente nel vino, ed erano ebbri... ebbri di qualcosa di non ben definito, almeno per il momento.
D'intorno, sedevano rispettosi e pieni di ossequio molti ospiti, elegantemente vestiti, qualcheduno perfino se ne stava con il cilindro sulla testa; qualchedun altro lustrava con un tavagliuolo di tessuto pregiato il corpo del bastone da passeggio... sia chiaro, non uno di quelli che si usano davvero per camminare, ma un che fia d'uopo mostrare per ottenerne una certa opinione, un vacuo o reale aspetto di ricchezza e di eloquenza. Oh quanta triste e prepotente Vanità!... Quanto inutile spreco di apparenza e di futilità in quel simposietto che stava giungendo a termine!
Tutto d'un tratto, infatti, fu declamato un brindisi che sùbito dopo fu ripetuto in un coro sempre più crescente, come in un canone da chiesa; e fu un cozzare di vetri, di saluti... di sguardi amorosi, colpevoli... di occhiatacce miste a gelosie perverse e ben radicate... di convenevoli tra un ospite e l'altro. 
Soltanto il Signor Corrado, il vecchietto prossimo a' novant'anni che veniva festeggiato per il suo immenso contributo all'arte delle Lettere, con tanto di messa in mostra di articoli di giornale provenienti da tutto il Regno, non sembrava partecipare del brindisi... il suo brindisi! ma pareva davvero del tutto assente, trasognato nel suo sguardo infisso a quel calice e a quel vino, perduto... fattosi muto dopo molte parole spese per tutta la durata della cena, se appunto di cena si poteva parlare. Del resto, erano soltanto le sei della sera, o meglio, di un melanconico meriggio di inizio autunno... e tutto stava per finire con il brindisi. Il festeggiato, infatti, aveva ormai molti problemi di digestione, e cenare in un'ora più consona agli ospiti non sarebbe stata una galanteria ne' suoi confronti che, altrimenti, avrebbe vegliato tutta la notte, o peggio. Si sa che diventare vecchi non è mai bello, anche se una vita vissuta probabilmente è tale dopo i novant'anni, anche i cento. Al diavolo Mimnermo con le sue liriche! Si vive per invecchiare, e si invecchia per morire... per spirare felicemente, con un alone di saggezza non dico nel cuore, ma almeno alle spalle.
Ma il Signor Corrado era forse felice in que' suoi festeggiamenti, dove prima di tutto, altri, perfino de' sconosciuti, si pavoneggiavano con uomini e donne pensando di sostituirlo e di fargli riuscire la cosa assai gradita? Quando anche lui ebbe avuti i suoi quaranta, trent'anni faceva forse così con i suoi amati vecchietti?.... No! Che disgusto! Altri stavano dunque per prendere il suo posto, e non sapevano poi bene... anzi, per niente, di che cosa si sarebbe trattato.
Egli ebbe la gloria... molta gloria, ma poi? Come accade a coloro che seguono furiosamente i loro Sogni e il martellante gridìo delle Idee e degli Ideali più alti, come succede a chi vive o si nasconde dietro una fede granitica e prepotente, no... egli non poteva essere felice, non poteva davvero sorridere davanti a una vita intera consegnata alla solitudine più oscura e disperata. Che tristezza! A quanta gioventù aveva rinunziato per tirare avanti con gli studi... a quanta bellezza della Vita concreta, con le sue stagioni, con il suo sole e le sue tempeste aveva detto il suo "No!"... quanto lo aveva fatto soffrire la mancanza incolmabile di un po' d'Amore, di un cuore altrui che, al contrario, lo avrebbe ascoltato, accolto... compreso!.... No! Come poteva dirsi felice?
"La Felicità non esiste" soleva ripetere con voce altisonante e imperiosa quand'era ancora un po' più giovine "è soltanto una stolida invenzione de' Poeti classici che si illudevano di ubriacarsi e di amare", ed era solito aggiungervi "E Iddio? Iddio ci ha destinati al dolore in questo mondo... e bisogna accettarlo". E se qualcheduno avesse osato ribattere e dirgli che le sue asserzioni erano menzognere, egli lo avrebbe ignorato borbottando qualcosa di incomprensibile, con fare indispettito e nervoso; e se un altro gli avesse detto che proprio perché Iddio ci ha destinati alla sofferenza bisogna ribellarsi per bene, diceva semplicemente "Siano banditi i Titani", e gettava un'occhiataccia da inquisitore sul povero malcapitato. 
Anche nell'ambito della politica Corrado era profondamente cambiato. Era nato sotto la tirannia di Buonaparte e, da giovine, ovvero tra i quindici e i trent'anni, s'era fatto prendere un po' troppo da certi languori rivoluzionari e innovativi, tant'è che ne' disordini del 1830 ebbe non pochi problemi con la censura e la gendarmeria di Torino. Per tutta la valle, in quegli anni, veniva indicato ora con sprezzo ora con ammirazione come un burrascoso rivoluzionario in contatto con Mazzini; e qualche anno più tardi, per questo, giravano voci che mentre quest'ultimo se ne andava in esilio passando per la vallata in direzione dell'Elvezia, costui lo avesse ospitato nella locanda di una sua parente. E Corrado né smentiva né ammetteva queste cose, i suoi passati. Certo che adesso, negli ultimi decenni del secolo, era molto cambiato. 
Prima di tutto, di rivoluzioni e di guerre d'indipendenza non ne voleva più sapere; e s'era perfino fatta un'idea tutto sommato vicina a una compatente ammirazione nei confronti del miserabile Luigi XVI e de' suoi compari europei. Sì... strizzava un po' l'occhio dinnanzi al dilagarsi di un leggero socialismo, o meglio ancora, a certe aperture politiche del Papa; ma quando la classe operaia rumoreggiava troppo... no, si fermava. Meglio il manganello e la baionetta che avere d'intorno una marea di stolidi illetterati e burrascosi! Meglio lasciar lontani quelli che ragionano con il languore del ventre! Potrebbero anche avere ragione, sì... ma il ventre rimane sempre tale e, per questo, si scontrerà in sempiterno con il Cuore e con la Ragione! Rimaneva, però, un convinto nemico del colonialismo e di ogni impulso di natura razzista, tant'è vero che quando l'esercito italiano acquisì l'Eritrea, egli protestò... e non poco.
Ma queste cose, in fin de' conti, gli davano e gli restituivano ancora una parvenza di vita e di vitalità, fors'anche di piccola e impercettibile gioia. No... no! A Corrado non andava per niente giù il fatto d'aver sprecata la giovinezza in Sogni e futilità d'ogni genere, d'essersi fermato con la mente da filosofo su tante cose che avrebbe dovuto coglierle... prenderle sùbito, e non pensarle... non scansarle con la capacità del pensiero e della riflessione.... Che sventurato! 
Dinnanzi a una bella e virtuosa fanciulla, infatti, ci si può forse domandare se l'Amore... macché, quest'Amore... quest'Amore che intercorrerebbe tra lui e lei, nelle sue più profonde manifestazioni spirituali e carnali, sia giusto o sbagliato? Se sia questo che Iddio vuole? Ci si può forse perdere in disquisizioni su futili differenze di età? O chiedersi se, in fin de' conti, sarebbe lecito gettarsi in un Oceano di purissimi Sentimenti quando la propria mente, le proprie membra fossero pietrificate e rigide per via di una Vita intera impostata sulla vergogna, sul martellante urlo dell'onore... su quel che gli altri pensano e si attendono?.... Si può forse disprezzare il proprio mestiere perché si accumolando fallimenti su fallimenti, perché ogni passo che si fa è una caduta... una risata da parte di qualchedun altro, un rimprovero, una rampogna... perché dovunque impera la disillusione più disperata?
No! Corrado non seppe vivere e fu un infelice, destinato da se stesso a esserlo, senza che lui se ne fosse minimamente accorto nemmanco per un breve attimo... nemmeno in una misera e povera intuizione. E ora, dinnanzi al suo simposio, stava lì... pietrificato come sempre, assorto in chissà quali mille pensieri di bene e di male, impossibilitato a prendere una decisione, a scegliere... né di continuare a vivere né di accingersi a morire... senza la possibilità di abbassare quel braccio e quella mano, di gridare anche lui il suo brindisi soave e di scambiare finalmente due chiacchiere spensierate con gli ospiti più vicini... di alzare quel nappo al labbro e di godere di quel vino.... Stava seduto, non volendo ascoltare niente e nessuno, ma il rumore, il baccano lo invadeva... gli faceva tremare le ossa; non osava chiedere più nulla, scoprire la verità del mondo che gli stava d'intorno, delle persone che lo accompagnavano così vanamente in questi momenti che dovevano essere di allegria per tutti. Non parlava e non beveva, con mille sguardi fissi su di lui.... E il tempo scorreva... e scorreva; ed egli rimaneva sempre più fermo, inetto... incapace a tutto da vecchio così come da giovine, esprimendo tutto il putrido fango di Adamo di fronte a Iddio e agli uomini. Restava lì, tenendo delicatamente sollevata con la destra una coppetta di vetro finissimo in cui Ebe aveva versato ormai da molti istanti una bevanda amare e dolce di ricordi, di rimembranze fatali e di accuse. La Dea greca della Gioventù, la Coppiera degli Dei, sì... ora era diventata la fedele ministra d'Iddio, e si riversava su Corrado ricordandogli tutti i passati mancamenti avuti ne' suoi confronti. E gli recitava... sì! gli recitava l'Ecclesiaste, con la sua divisione de' tempi della Vita, con le sue Vanità da amare e da disprezzare insieme.
Ma nel frattempo a Corrado si ergeva una strana voce dal cuore... un singulto lieve e sottile che da ultimo gli ordinava "Bevi! Bevi! e ridi!"... un singhiozzo che gli sussurrava che nulla era perduto, che gli cercava di far comprendere che la gioventù era ancora lì, Ebe, in quel calice, sotto la parvenza di quel vino... lì, mista perfino con un po' di sangue del Redentore.... Bastava bere! Bere per ridere, per vivere e per salvarsi... per coprire finalmente con un po' di Gioia l'inettitudine di anni e anni trascorsi a rifiutare inviti, a non sapere come comportarsi, a essere impacciati... a reputarsi indegni di amicizie e di Amore. "Bevi!" continuava a ordinargli sempre più frequente, e fremendo tra il chiasso degli ospiti, ignari di questa battaglia... di questa Waterloo della coscienza... della misera e miserabile mente d'un decrepito vecchietto, forse giunto ai quasi novant'anni perché non del tutto consumato dal corso della Vita. "Bevi! e ridi!".
Eppure, cos'era per Corrado questa voce, questo sussulto leggero e sottile, se non una semplice illusione, un furioso farsi avanti in pieno giorno d'un Sogno beffardo e pungente? Se non un Demòne crudele che gli rammentava i suoi fallimenti, e che faceva questo travestendosi da ministro d'Iddio, e fingendosi voce del Santo Spirito?.... La sua Vita, infatti, era finita, e la sua gioventù era trascorsa; e niente, e nulla gli avrebbe potuto ridare tutto ciò che perdette... sia chiaro, per colpa sua. Ed Ebe se ne era andata altrove, laddove c'erano persone che la meritavano davvero, i veri giovinotti, coloro che sono veramente degni di amare e di provare passioni e gioie; e agli occhi di Corrado, in quel calice la Dea aveva lasciato semmai le sue vesti da lutto per ritornare poi a vestire i più candidi pepli. Tutto era finito. Tutto poteva dirsi finito!
Allora il Signor Corrado tutto d'un tratto abbassò il braccio, la mano... il nappo e, preso da sdegno verso se stesso da un sentimento di ira, lo scaraventò giù, contro il pavimento. Ci fu un piccolo ma assordante rumore di vetro infranto. Tutti si volsero verso di lui; ed egli, timidamente, coprendosi il volto con le mani e abbassando la testa, si mise finalmente a piangere.

Thomas Faed, Oh, Why I Left My Hame, Romanticismo scozzese, Secolo XIX


Massimiliano Zaino di Lavezzaro, Mia Registrata, in Dì di Domenica XIV del Mese di Ottobre dell'Anno del Signore Iddio Gesù Cristo, di Grazia, di Fede e di Pace AD MMXVIII.

giovedì 27 settembre 2018

Ballata - Autunno, mi darai forse un Dì questo poco di Ebe

Autunno, mi darai forse un dì questo poco di Ebe

a dissetàr la noia?....
No! non sarà mai vino, o mosto, o Sogno
colui che riempie il nappo che trabocca.
No! non sarà l'ardore, il cuòr, la Gioia,
d'un bacio il sibilàr che lento schiocca...
non sarà mai, perché è soltanto un Sogno.
No! non sarà che un gaudio mi versa Ebe,
poi ché la Notte inghiotte nel suo mare
l'affogato momento, ora di vìvere,
e di sognare.

Autunno, mi darai forse un dì questo poco di Ebe

a dissetàr la noia?....
Ebe! Ebe! Corre saltellando ovunque
ma non si degna di riempìrmi il càlice.
Ebe! Ebe! Corre danzando e plaudendo.
Dove va? Dove va? A dimenticarmi,
forse, ahi! maledizione dell'Autunno!
E vièn la Notte: inghiotte nel suo mare
l'affogato moment, ora di vìvere,
e di sognare.

Autunno, mi darai forse un dì questo poco di Ebe
a dissetàr la noia?....
Mi darai un sorso di allegrezza e Gioia?
Ma non è l'ora, la Notte, di vìvere,
e di sognare.

Come un nàufrago brama un quieto approdo,
la trambasciata prua lasciando all'onde,
così d'avveràr i Sogni io mi rodo,
e del Destìn disfido ire profonde.
Ma intorno ho sol dell'ombre vagabonde,
e nel vagàr sfaticato e sfinito,
così mi tarda l'osservàr d'un lito;
e vièn sì forte la possa del mare.

Autunno, mi darai forse un dì questo poco di Ebe
a dissetàr la noia?....
Còlmami, Dea, oh Coppiera, di tua Gioia!
Ma non è l'ora, la Notte, di vìvere
e di sognare.

Francis Sydney Muschamp, The Music Lesson, Tardo-Romanticismo inglese, 1896



Massimiliano Zaino di Lavezzaro, Mia Registrata, in Dì di Giovedì XXVII del Mese di Settembre dell'Anno del Signore Iddio Gesù Cristo, di Grazia, di Fede e di Pace AD MMXVIII.

domenica 23 settembre 2018

Idillio funebre e patetico d'Esequie all'Estate e d'Addio alla Gioia

Addio, giorno d'Estate estremo, che ombre
fuggèvoli e confuse, ombre stridenti
e spettri di soleggiate scogliere
dal màr riporti, e da' monti i lamenti
nell'eco mia indisposta e sovrumana
dei ruscelletti su cui ebbi ristoro
con le rùvide pietre e con i boschi
dal baldo Sole iniquo!
Addio, dorati campi, là percorsi
a cercàr uno sguardo di mia Gioia, 
ad attèndere forse un non costretto
appuntamento di segrete cure...
addio, campi, romìti e solitari,
e ora mietuti, sotto i miei occhi tìmidi...
ora calpesti da insani stivali, e
minacciati da falci... e fuoco e fango,
sotto il pallente Sole!
Addio, mùrmure estivo di te, Arbogna,
cui sempre ti si affacciava la Luna
nell'àttimo dov'io condividevo
a' le vie e a' tigli que' miei trobadòrici
Sogni di gaia e notturna e attesa aurora,
Sogni frementi e ripetuti e gai
a questa brama di volèr un guardo
di gaudio Sole...
di sì perduto Sole!
Addio, voi, cui nel vespro ripetevo
un giuramento arcano "Verrò!", mentre
nel vostro cuore gemente tacevo;
e cui ora imploro: "Riportàtemi, ombre,
la Gioia da cui tremendo immane Ocèano
mi separa!". Addio, oh Sole!
Addio, acerbi vigneti d'in su' i calli
maturandi d'un'Ebe ancora spoglia,
oh vergognosa, timidìssima Ebe!
che da' il carro solare vesti chiede
a Giove per ricovrìr le vergogne
e il ventre e i seni; a me contesa questa
diva coppiera dal labbro ridente
pe' i più divi convivi ove conteso
m'è Bacco, il giocoliere degli Dei,
dal Destino e dal Sole!
Addio, gustoso timo, un dì bevuto
da' labbra mie per le balze di valli,
al servizièvole àëre del Toce...
all'agèvole grido de' i torrenti...
all'incanto di vette tempestose,
addio! timo addolcito da bei fiòr...
tu, che invitante fosti al sonno e al rènder
de' i Sogni, e che là, io raccolsi, le vìpere
disfidando e il bel Sole!
Addio, tu, che so... che fingo tu legga,
che fingi su me affìggere il tuo sguardo,
Gioia... Gioia di Vita, a scàpito nascosta
della mia quèstua profana e tacente
di sacro chiasso e di baccanti grida
indarne... tu, che vagolando a' sera
mi scorgi, e che nel frattempo altri mari
varchi lontani... tu, perennemente
divisa da me per volèr del Fato,
addio! Addio, Gioia, femminile compagna
di sognatori e di viandanti e d'èremi
composti dalle sabbie degli illusi,
fèmmina desiderata dal cuore...
addio, mia Gioia! Addio, oh Sole!


Arthur Hughes ,La Belle Dame sans merci, Tardo-Romanticismo e Simbolismo inglese, 1863


Massimiliano Zaino di Lavezzaro, Mia Registrata, in Dì di Sabato XXII del Mese di Settembre dell'Anno del Signore Iddio Gesù Cristo, di Grazia, di Fede e di Pace AD MMXVIII.

mercoledì 5 settembre 2018

I Desideri di Settembre


Oh Settembre!... Settembre, mio soffrente
mese d'Autunno, e prima nebbiolina -
amica cupa della mia campagna -
e fresca piova...
e gèlida mattina e mite fiòr
del pomeriggio...
oh Settembre, che vesti i tuoi tristi occhi
con i ricordi impalliditi e secchi
di tante foglie e de' i miei giorni estivi,
e che ferocemente a guerra muovi
vèr i resti di Agosto...
contro il Sole spumante come màr
di dolci e caldi strali e di piacèr
focosi e immani...
e che mi pingi irrequieto e assonnato
una Natura dormiente e assassina
di se medesma,
assassina del cielo e delle nùvole,
e degli stagni, e de' i torrenti... e poi
di me... di me, misèrrimo Poeta,
e uomo, e fango e terra;
e che mi culli con il tuo leggero
vento quando mi siedo, e penso, e scrivo,
e sogno.... Oh mio Settembre!
Come vorrei che a'i pròssimi tripùdi
delle vendemmie e del frizzante mosto...
come vorrei sognare, e vìver... come
bramerei non scoprìrmi solitario
e vagabondo
nel prènder e sgranàr gli àcini d'uva...
come vorrei che fosse con me questa
ambita Gioia perduta e declamata
con differenti nomi di miei Sogni...
come vorrei gustarmi questo Autunno
bevèndolo con lei da un solo càlice
di Ebe e di Vita,
inno a' la festa de'i vignài incantati
da' tralci, e delle ròndini che vòlano
lontano... e vanno... e vanno;
e come vorrei udìr
un àlito suo, un suo detto e ascoltàr
le sue mani, e il suo labbro,
e pèrdermi in un Sogno in divenire!....
Oh Settembre! Oh Settembre... così bello
e pièn di melanconìa furibonda...
mio Settembre! vièn l'ora
di lasciare dormìr anche Natura...
vièn l'ora di confòndermi
ne' suoi bei Sogni!
L'ora di scègliere o Vita o la Morte!

John Samuel Raven, Rooks Parliament, Tardo-Romanticismo inglese, Seconda Metà del XIX Secolo


Massimiliano Zaino di Lavezzaro, Mia Registrata, in Dì di Martedì IV del Mese di Settembre dell'Anno del Signore Iddio Gesù Cristo, di Grazia, di Fede e di Pace AD MMXVIII.