Cerca nel blog

Visualizzazione post con etichetta Ballate liriche. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ballate liriche. Mostra tutti i post

mercoledì 25 settembre 2019

E viene la Mestizia del cadente

E viene la mestizia del cadente
meriggio, quando prima della sera
io so che si languisce il Sole.... Oh! Mi era
dolce l'Estate! Ma ora sono spente

le lunghe giornate, e dell'Agosto
le cerule onde degli stagni. Oh come
viene presto il Tramonto! e dove io accosto
il guardo alle campagne e alle corone
degli ultimi selvaggi iris, dolor
mi cape che più non fugge. Così
saluto il giorno, e la Notte, e più in qui,
la nuova Luna che il mio cuor non sente. 

E torna la mestizia del cadente
meriggio; e il buio mi assale della sera.
E so che quelle luci di quel che era,
cioè d'Estate, per sempre mi son spente.

August Cappelen, Le Cascate impetuose, Romanticismo francese, Prima Metà del Secolo XIX

Massimiliano Zaino di Lavezzaro, Mia Registrata, in Dì di Mercoledì XXV del Mese di Settembre AD MMXIX.

giovedì 27 settembre 2018

Ballata - Autunno, mi darai forse un Dì questo poco di Ebe

Autunno, mi darai forse un dì questo poco di Ebe

a dissetàr la noia?....
No! non sarà mai vino, o mosto, o Sogno
colui che riempie il nappo che trabocca.
No! non sarà l'ardore, il cuòr, la Gioia,
d'un bacio il sibilàr che lento schiocca...
non sarà mai, perché è soltanto un Sogno.
No! non sarà che un gaudio mi versa Ebe,
poi ché la Notte inghiotte nel suo mare
l'affogato momento, ora di vìvere,
e di sognare.

Autunno, mi darai forse un dì questo poco di Ebe

a dissetàr la noia?....
Ebe! Ebe! Corre saltellando ovunque
ma non si degna di riempìrmi il càlice.
Ebe! Ebe! Corre danzando e plaudendo.
Dove va? Dove va? A dimenticarmi,
forse, ahi! maledizione dell'Autunno!
E vièn la Notte: inghiotte nel suo mare
l'affogato moment, ora di vìvere,
e di sognare.

Autunno, mi darai forse un dì questo poco di Ebe
a dissetàr la noia?....
Mi darai un sorso di allegrezza e Gioia?
Ma non è l'ora, la Notte, di vìvere,
e di sognare.

Come un nàufrago brama un quieto approdo,
la trambasciata prua lasciando all'onde,
così d'avveràr i Sogni io mi rodo,
e del Destìn disfido ire profonde.
Ma intorno ho sol dell'ombre vagabonde,
e nel vagàr sfaticato e sfinito,
così mi tarda l'osservàr d'un lito;
e vièn sì forte la possa del mare.

Autunno, mi darai forse un dì questo poco di Ebe
a dissetàr la noia?....
Còlmami, Dea, oh Coppiera, di tua Gioia!
Ma non è l'ora, la Notte, di vìvere
e di sognare.

Francis Sydney Muschamp, The Music Lesson, Tardo-Romanticismo inglese, 1896



Massimiliano Zaino di Lavezzaro, Mia Registrata, in Dì di Giovedì XXVII del Mese di Settembre dell'Anno del Signore Iddio Gesù Cristo, di Grazia, di Fede e di Pace AD MMXVIII.

mercoledì 9 settembre 2015

Una Ballata lirica di un Cuore alla Luna d'Autunno

Tu vai lontano, oh mio sogno, alla Luna
che i miei sospiri quietamente accoglie;
e tu, oh mio cuor, tu soffri al vedèr foglie
precipitanti; e chiamala Natura!

Chiama volèr d’Iddio questo mutare:
sempiterne stagioni, e ripetuti
geli, e nebbiose brine, e ombroso mare!
dove i tuoi labbri urlano; e sono muti
i nascosti pensieri, e i tuoi perduti
attimi, e ogni tuo sogno, e dove muore
il Desidèrio, e sovviene il dolore,
mentre qui grida una notturna duna,

poiché è il deserto. E non senti una cura
nelle tue vene? E l’autunno raccoglie
i tuoi fantasmi e le tue oscure doglie;
e guarda, oh cuore, che muore la Luna!


Massimiliano Zaino di Lavezzaro



Mercoledì IX Settembre AD MMXV

domenica 26 aprile 2015

La Ballata d'un Augello notturno

Notturna nenia alla Luna gemea,
e a un ramo che la Notte ottenebrava
cupo cantando un fringuello ‘l tergea
di mestizia perenne, e s’inquietava.

Cantico forse ne fu di dolore,
e a’ nembi oscuri si estollea, e l’affranto
rostro lagnava fors’anche d’Amore,
febbrilmente sen stava in freddo pianto;
e ‘l vento sibilava all’orno accanto -
quale fosse un singulto mal represso -
e sempre tetro l’augelletto istesso
a un incognito Fato or s’inquietava.

Ei spasimando e dolendo gemea,
e alla tènebra in ciel s’ottenebrava,
e misero le lagne ne tergea,
l’onda del piagner che ‘l cardo inquietava.

Così anche la Natura s’inquietava,
e ‘l bosco e ‘l calle intorno si gemea,
Notte alle Furie che più ottenebrava
nel cielo ‘l nembo che ‘l pianto tergea.

Infatti ne pativa quest’affranto
augèl solingo in un vespro d’Amore,
e cinguettando ne librava ‘l pianto,
folle venir d’un tremendo dolore;
e in tra l’ale e le piume ei n’avea ‘l core
ch’era strazio feroce e duolo istesso,
e che giacque spasimante e represso,
‘ve ‘l cantico sublime ne tergea.

Allora l’arboscello s’inquietava,
e al cigolar del legno si gemea.
Nel frattempo la Luna ottenebrava(si)
e in nugoli e in rugiade si tergea.

Pioggia notturna le selve tergea,
e di quest’acque ‘l fior s’ottenebrava
che v’era a’ piè di quei che s’inquietava
l’augelletto che al tiglio si gemea.

Il rostro ardiva a cantare represso,
e s’infrangea nel petto l’ansio core,
e quivi s’infuriava un sogno istesso,
incubo arcano d’un perduto Amore;
e la sua legge ne fuvvi ‘l dolore,
le bave e le lagnanze e ‘l tristo pianto,
e ‘l lamento precoce, e ‘l guardo affranto.
Povero augello, costui si gemea!

La Morte, forse, fatale ‘l tergea
d’un sepolcro ansioso, e ottenebrava
ogni riflesso di Luna; e inquietava
la nenia ‘l Fato che bruto gemea.

Ma quest’augèl che in duolo or s’inquietava
non fu purtroppo un cigno che gemea,
e vanamente una Norna ‘l tergea
nella Notte che più s’ottenebrava.

Anzi la tomba, ‘l suo sepolcro istesso -
come un incorrisposto e tenue Amore -
l’augèl respinse che urlava represso,
non volle far finir questo dolore.
Allor perennemente ‘l truce core
del fringuello patìa soffrente e affranto,
eternamente si dormiva in pianto,
e la requie d’aprìl n’ottenebrava.

Se fosse ei stato un cigno che inquietava
l’orbo rostro nel canto e si gemea
a un mar, morto sarìa. Ma si tergea
di doglia infame e non s’ottenebrava.

Lungo la Notte ‘l ciel s’ottenebrava,
e la pioggia e la terra e un rio tergea,
e ‘l fringuello per sempre si gemea,
e ‘l cantico che svelse or s’inquietava.

Perduto ei n’era in un lampo del core,
e ne scorreva un sempiterno pianto,
e abbandonato piagneva d’Amore,
un sogno che decadde ombroso; e accanto
al ramo ‘l balenò un sospiro affranto
che ‘l cinguettar espanse, ‘l strazio istesso,
e ‘l cinguettio or tintinnando represso
più tetro e oscuro ormai s’inquietava.

Canto di duolo che n’ottenebrava
la spene estrema che indarno tergea(si),
or tempestosamente si gemea,
e la pioggia medesma s’inquietava.

Un trillo acquitrinoso s’inquietava,
e ‘l piover delle nubi si gemea.
In un’onda piovana ottenebrava
il miser tiglio che l’augèl tergea.

Erano i rivi d’un flebile Amore,
e scorrevano al fringuello d’accanto,
e a costui ne ispiravano ‘l dolore,
volto di Luna in tra’ un nugolo affranto.
L’eternità crudel del torvo pianto
nel frattempo riddeva, e a quel represso
che si cantava or svelò ‘l Fato istesso,
dolor perenne che ‘l Tempo tergea.

Più folle e più fatale or s’inquietava
il cantico soffrente che gemea.
Per stanchezza nell’alba ottenebrava
l’arcana possa che in sé ne tergea.

Ma l’augèl che gemea in morboso Amore
d’accanto al Sole che l’alba tergea
in pianto visse ancora, e affranto in core,
e represso dal Fato e in gran dolore;
e mai s’ottenebrava ‘l canto istesso,
anzi, perenne nel bosco inquietava.
E quest’è la ballata che i’ tergea
di cotesto cantor che si gemea!


Massimiliano Zaino di Lavezzaro



Domenica XXVI Aprile AD MMXV