Cerca nel blog

Visualizzazione post con etichetta Poesie epiche. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Poesie epiche. Mostra tutti i post

sabato 15 gennaio 2022

Il Pianto funebre di Oleg il Saggio

Nostro Oleg prode, no.. non andrai in guerra,

di Bisanzio esecrando le immense Aquile!

No! Oh Principe, non cavalcare oggi!… Oggi

il tuo destriero è impazzito. L’ho scorto,

gli Oscuri disvelando del Destino..

l’ho visto: il tuo palafreno sarà

colui il cui nome è Vendetta.. il cui nome

fia Morte. Oh Principe, oh nostro Oleg prode..

ascolta! È il Fato stesso che ti parla,

perfino gli Asi nel Valhalla d’oro

di questo Fato serbano timore;

e perciò ti rivelo: ascolta sùbito

dell’indovin che son io l’alta voce!

 

Via, profeta d’orrore. Sono o non sono

il Saggio che finora ha dominato

degli Slavi l’immensa ignuda terra?...

Non vedi?... Lì Bisanzio già ci attende,

lì un rogo immane il mio cuore ha sognato:

tutto a fuoco cadrà e io spargerò il sale

sopra le loro mura, sulle chiese..

gli uomini trafitti dalle lance,

le asce grondano sangue dalle teste

mozzate, pianto di bimbi si irrora

nel cielo grigio di fumo, le donne

a seno ignudo come trofei sfilano,

le faide per il bottino dei prodi,

le Valchirie raccolgono gli Eroi…

Ahah! Tu mi fai ben ridere, oh profeta!

E io timore dovrei aver d’un cavallo?...

Ma giacché insisti, ebbene! allontanate

questo mio palafreno, che sia libero

per le praterie della steppa eterna;

altri cavalli abbiamo noi, di Rjurik

figli e un altro destriero prenderò

per la battaglia. E tu scriverai ovunque

che il Saggio tratto ha in inganno anche il Fato!

 

Oh Saggio.. Saggio! Insipiente dassenno

sei tu! Tu che hai perduta la battaglia

sotto il sogghigno di Bisanzio lieta..

tu, che in rotta fuggisti.. vivo, sì,

ma nell’orgoglio ferito e annientato..

tu che così preferisti vergogna

a una Morte dal Destino decisa..

tu che non sai che quest’ultimo sempre

ti scruta e segue.. tu, che ignori l’odio

che l’invidioso Wotan per te nutre,

che non vedi i suoi corvi, ovunque attenderti,

della sua sacra lancia a compiere alti

i decisi Destini… Ed è così che un giorno

hai ritrovato il tuo antico destriero.

Lo hai rivisto nella prateria,

sfinito.. morto.. scheletrico.. ossuto,

solo le briglie e le disciolte redini

ti dissero “Costui era mio!”… E a lui, svelto,

come un uom che va incontro a un vecchio amico

baciato dalla Morte, or ti appressasti.

L’Eroe piangeva per il suo cavallo,

nulla commosse mai di Rjurik prole,

ma il pianto al Saggio il suo destriero morto

provocava. Ah, insipiente e non più saggio!

Ricordi, Oleg, il mio aspro vaticinio?...

Ucciso cadrai dal tuo palafreno.

 

Allora Oleg il Saggio si avvicina

alla carcassa amata e, inginocchiatosi,

accarezza le zampe fatte ossame..

le saettanti zampe della steppa

e con il suo mantello il corpo copre

della misera bestia.. e piange.. e piange,

non sa più cosa fare, sembra quasi un pazzo,

maledice il profeta di sventure,

esecra pur se stesso e il suo Destino.

Ma ecco che, preso in un abbraccio il cranio

amico, da esso sibila una serpe

che il Saggio morde al collo insanguinato,

l’angue stillando il tosco nelle vene,

sì che il respiro affannoso diventa,

e gli occhi tutti s’annebbiano e vien

meno la voce, ma solo tremori,

spasmi.. rantoli oscuri di dolore,

una risata disumana e arcana,

l’indovino dileggia il suo Principe…

Come volle il Destino dal suo Regno,

trucidato dal suo stesso cavallo,

Oleg il Saggio era, ora non è più.

Dipinto di Viktor Mikhaylovich Vasnetsov (1848-1926), Oleg il Saggio dà l'Addio al suo Destriero, Tardo-Romanticismo, Simbolismo epico russo, 1899. Olio su Tavola, Dimensioni sconosciute. Collezione Privata.
Massimiliano Zaino di Lavezzaro, Mia Registrata, Sabato XV Gennaio AD MMXXII.

In Memoria di Aleksandr Sergeevič Puškin e di Nicolai Andreevič Rimskij-Korsakov.

sabato 13 febbraio 2021

Figli di Elementi tra Inverno e Primavera

E il nevischio figliuol del verno avanza,

il vento sollecitando e le prime

foglie. Ora, fere la febbre l’infame,

mentre un urlo dall’Ade, irato di ombre,

la fuggitiva Persefòne afferra

e adduce indietro. “Va’, riedi nel Regno

della buia sofferenza, ove lo sposo

i tuoi baci desidera!” urla l’Infero

affamato. Frattanto, di pallore

gelido e sovrumano è l’orbe, il ventre

della terra coperto dalle nevi,

come sudario per i primi fiori

che sono nati per morire sùbito,

così come pulcini abbandonati

dalla chioccia materna. Ora, il nevischio,

figliuol del verno, vorace nel cuore,

sul cocchio delle nuvole destreggia

il suo ricurvo legno di arco eterno

e, scagliando le frecce alle campagne

solitarie, le veste di respiri

condensati di glauco. Ma Febbraio,

figliuol del verno e della Primavera,

contro di lui risolleva parole

d’immane sfida, e l’acciaro congiunge

del fratellastro al petto e vuol trafiggerlo,

ché di tutti i figliuoli dell’inverno

egli è il solo che vede dalla terra

una mano diletta dargli qualche

petalo in sagrifizio al suo dolore,

mentre la ridda dei nuvoli immensi

come Baccanti danzano gemendo

l’ultimo gelo. “Potessi mirare

ancora i fiori che la madre ha dato

ai miei occhi avvezzi al buio della Natura!”,

pensa il rubello, mentre il ferro quasi

affonda a mieter il respir dell’altro,

il qual di lui non cura e scaglia… e scaglia

continuamente i suoi dardi innevati.

Poi, Febbraio, già vincitor del cocchio

del crudele fratello, pria che l’abbia

sconvolto e assassinato, si fa quieto

e lo risparmia, senza che quell’altro

di qualcosa si accorga; allor, si asconde

e la Madre (ei) piangente prega e supplica,

maledicendo il suo frammisto sangue.

Così il nevischio trionfa e copre l’orbe,

quando dal cuor prorompe un pianto orrendo:

e si fa piova, e si fa vento, e cangia

in Sole l’aëre… Ascolta - dall’Ade -

il risveglio devoto della nuova

Primavera. Proserpina si desta.

Cantano a lei i Misteri delle rose

di Tersicore i balli eterni e di Erato

i primi baci dell’Amor mai vinto.

Quadro di Sir Lawrence Alma-Tadema (1836-1912), Primavera, Accademismo e Simbolismo olandese e inglese, 1894.
Massimiliano Zaino di Lavezzaro, Mia Registrata, Sabato XIII Febbraio AD MMXXI.

lunedì 11 gennaio 2021

Vinland

Combatte il pianto dell’Oceano il prode,

presto varcando i solitari scogli,

con la corona d’oro in testa e il manto

steso sul torbido e robusto braccio.

Facce impaurite, adesso, osano i vermi

sfidar del mare, in cerca dell’Ignoto

che l’orizzonte intorno copre. Trombe

di ogni onda ora confondono gli squilli

delle belle leggende, i corni sacri

a Odino.

 

“Vogate! Figli dei lupi del Nord!

Date ai sordi soffrenti remi tutta

la forza!” urla Erik con la scure in mano,

mentre Leif alza la spada agli Dei.

“Via!... Via!.... I lupi dei fiordi hanno forse

paura dell’eterno Oceano enorme?”.

 

Ma prepotente si erge un Mostro: un’onda,

con le forme di Drago, li minaccia,

come baci di facce disgustose.

Sassi di scogli precipitano, urli

di burle tremende. Ov’è finita

la terra degli uomini… la virente

ultima neve?....

Già la drakkar dimena nei selvaggi

abbracci dei cenciosi Abissi, giù!….

Già giace nelle braci degli Inferni

qualche insepolto annegato e convulso.

“Non abbiamo più forza! Non abbiamo

più remi! L’ira si abbatte dei Numi!”.

 

Tuona il fulmine, aspetto di säette

violente, sguardo di bugiarda possa.

Senza soste, scendendo dalle nubi,

le Valchirie - dai biondi capei d’ambra

e dai cavalli alati - rapiscono al volo

le Anime esangui, felice bottino

di prodi per il Valhalla ambito e santo.

Già una Valchiria il fulvo manto sfiora

di Erik… già l’altra la prole contende,

difenditrici dei limiti orrendi,

prede di Donner, sigilli degli Asi.

 

“Perché abbiamo sfidato terre ignote?....

Erik, tu… empio assassino dei tuoi figli!”

gridano voci, gli Abissi sputando….

Blande e tremanti le spade vacillano,

nella scintilla illusa di qualche onda

cadon gli scudi, muoiono i fanciulli,

mentre nel nulla del mare infuriato

davvero versi di Drago si sentono.

Brividi tristi bruciano le schiene…

brividi tra i più strani, palpiti aridi…

ticchettio di qualche piccolo ferro….

Sfida in battaglia, adesso, Erik quell’onda!

Ma il Drago ormai non vuole più combattere

e, agitando il vascello, vien ferito

da una freccia scagliata dall’arciere

del Sole.

 

“Terra! Terra!” sogghignano i guerrieri,

mentre l’Abisso si placa e riposa.

Così, oltre l’orizzonte, Wotan ha

benedetto una terra nuova, dove

a Freyr brindano calici il liquore

di vitigni proibiti.

Quadro di Sir Frank Bernard Dicksee (1853-1928), Il Funerale di un Vichingo, Tardo-Romanticismo inglese, Scuola della Confraternita dei Preraffaelliti, 1893.
Massimiliano Zaino di Lavezzaro, Mia Registrata, Lunedì XI Gennaio AD MMXXI.

lunedì 17 giugno 2019

XVIII Giugno MMDCCCXV

Cozzavano sui ferri, le une contro l’altre le lame
selvagge; marciavano i fulgenti cimieri. Nell’else

brandite l’inassopito certame infuriava pei campi.
Da una parte, l’eterno crudele avversario, del Dèmone

figlio, prole di Marte, Napoleone, truce nel guardo,
dall’altra, il prode Inglese, memore ora forse del mare

natìo, il pèlago d’Irlanda – ei! che un dì giurava siccome
un cavaliere, far vinta la masnada arcigna del baldo

rivale. Ma negli attimi furenti del ghigno pugnace,
urla di vedove ergevano le loro lagnanze nostalgiche,

le làgrime amare, nate dalla schiatta di Andromaca;
né le ultime lettere potevano andar a lenire

i profondi dolori degli addii gridati dai Morti,
né il sangue copioso di viscere oscene e consunte.

Oh profonda viltà dei guerrieri a Morte dannati,
d’ambo le schiere, a profani crudel sagrifizi le vittime

segnate dai folli vaticini d’empia Ragione!
Oh menzogna dei Lumi, figliuol di Lucifero, il bieco

Titano ribelle, di sì più mentite lucerne
il malvagio portatore beffardo, dond’è scritto in fiamme

il Destino dei prodi di questa campagna fiamminga,
laddove il campo non vuol altro che aspro sangue da bevere,

poiché il frumento, dorato… risplendente gleso di spighe
in queste belghe lande diggià ha offerto tanti sospiri

di Vita. E Buonaparte qui furiosamente procede,
baldo delle sue Vittorie, dei memori lauri d’Europa…

e scàgliasi furibondo sulle ostili scolte dai fulvi
drappi di guerra. Né ode sacra pièta o senso di Fede,

ma d’Albïone il Leon vincer brama, e far di sua Gloria
un nuovo Iddio all’europee sì domate genti. Ora osserva.

Allora scendon copiose le lagrime amare di un’alta gioia,
corre agli ellenici miti l’indomàbil tetro pensiero;

e ripete nel cuore tenebrosi detti di Bibbia:
“Io sono Prometeo!.... Io sono Apollèön!”…. E ride.

Ma già l’offeso Nume, suo superno Genio, altro Fato
ha deciso… e gli prepara lo scorno che un dì ebbe sui campi

dei Franchi, Attila, l’Unno… l’amara sconfitta del Barbaro
infame. Esanime Sorte, costui andrà a remar per i mari

lontani dell’Africa!.... Il Fato si beffa dei prodi,
il Destino degli Eroi…. Iddio fa giustizia dei Miseri.

E venne il giorno oscuro di un massacro orrendo e brutale.
E la terra ha pietà di cotanto sangue bevuto!

Robert Alexander Hillingford, Sir Arthur Colley Wellesley di Wellington a Waterloo, Romanticismo patriottico inglese, Prima Metà del Secolo XIX



Massimiliano Zaino di Lavezzaro, Mia Registrata, in Dì di Domenica XVI, in Dì di Lunedì del Mese di Giugno AD MMXIX.

mercoledì 3 giugno 2015

1815 - Immagini d'Accampamento di Vita notturna

A un focolare un bivacco gemeva,
e tremule canzoni alzava al vento,
e l’orba sera in tenebròr splendeva,
e l’orizzonte urlava di tormento,
e una ronda la Notte n’attendeva,
e intorno andava con un passo lento,
e un nappo ergeva un brìndis militare
a Marte, del guerrier il Tutelare.

Alcuni prodi pulìvan lo schioppo,
ben altri si lustràvan gli stivali,
bevèvan l’ombre al ramoscèl d’un pioppo,
e un dado si lagnò ai giuochi fatali,
e un tamburino camminava zoppo,
e un’aria osava ai freddi maëstrali,
e seduti ai ruscèl di vil campagna
i prodi stàvan tra i gaudi e la lagna.

Nel cielo oscuro, frattanto, la Luna
a vestire le nubi s’apprestava,
e il ciel pareva un’argentea laguna
che le deposte spade illuminava,
e l’argento lunàr per questa bruna
Notte di campo, in effetti, brillava;
e lungi un lupo a costui asperse un canto,
negro di Furia, più cupo di manto.

Il sonno si fuggiva, e un occhio insonne
all’Inghilterra volse i desidèri,
e giòvin rammentava le sue donne
e i seduttori inganni e i menzogneri
baci alle pieghe dell’agili gonne,
e dei suoi campi i recinti e i sentieri,
ed egli - un seduttore! - aveva strazio
di questo ferro di sangue mai sazio.

La recluta pensava al sen materno,
e si tingeva di tetra paüra,
sonno gli apparve un sepolcro d’Eterno,
presagio infausto di cui n’ebbe cura,
e intorno il Cielo, il medèsmo, il superno,
di Morte tinse l’inquieta Natura,
e il fanciullìn tremava inerme, e poscia
fu vinto dai sospetti e dall’angoscia.

Nel frattempo un messèr col plaid d’un Scoto
la cornamusa trillava ai viventi,
e gemeva un cantàr, silenzio immoto,
funebre nenia dai trilli sgomenti,
e cattolico e ligio e pio e devoto
e con detti di sacri Sentimenti
mesto pregava coll’Ave Maria,
gaëlico soffrìr di Poësia.

Un cavalier sfiorava il palafreno,
e mestamente scorgeva d’intorno,
e alla destra teneva un po’ di fieno
che l’animàl mangiò di sella adorno,
e di questo il mantèl brillava ameno
sotto le foglie d’un pioppo e d’un orno,
e tranquillo ignorava il suo Destino,
se vittorioso - e tanto - oppur meschino.

Un soldato scriveva a sua fanciulla,
lettera arcana d’un uomo che trema,
e sotto il crine d’un’orba betulla
forse ne impresse una parola estrema,
e l’avvenìr si cadeva nel Nulla,
e si tuonava forse un anatèma;
e alla fine vi scrisse: «Oh bella addio,
senso e speranza di questo cuor mio!»,

e si chiedeva con la menta avvinta
nei tristi sogni del spento tramonto
s’ella che abbandonò gli fosse incinta,
s’ei il bimbo avesse visto, e fece il conto
con quest’attesa di Morte dipinta,
e nell’ambascia finì il suo racconto,
e di tremore vivente moriva,
e il sonno vanamente l’assaliva.

Ricordava un galante una canzone
che si temprava di suoni d’Amori,
il violìn che gridava a un bel verone
tra i flauti e i clarinetti e i suonatori,
ed era un canto di viva passione,
d’alte preghiere e d’insani dolori;
ed egli con in man un po’ di vischio
la rammentava facendone un fischio.

Nella sua tenda con un caporale
freddo di cuore e d’animo agitato
gli ordini disse un fatal generale
che con un detto condannava al Fato
le tante gioventù, e all’estro geniale
del dèmon suo si piaceva innalzato,
e con questo ridìr caddero a mille,
vane le speni, e inutili le stille.  

Òrdin di pattugliare: sì, eseguiti.
La ronda ha fatto? Ha intravisto il nemico.
I disertori: oramai son smarriti.
La batteria: al frumento, al gran aprìco.
Gli ordini intesi: certo, e poi capiti,
e disse il generàl: «Altro non dico»;
e decretava i volèr dell’Inferno,
le sante Furie del Ciel, dell’Eterno.

A recitàr se n’andava un rosario
un povero e straziato cappellano,
e pàrvegli che il consuetudinario
pregar ne fosse orribilmente vano,
e stringendone al petto un reliquario
per questi campi scorreva lontano,
e tra un’ombra di Morte oscura e oppressa
segretamente celebrò una Messa.

Adesso un miserabile a una viola
spaventato e tremando ed irrequieto
disse tra sé una fuggente parola
e d’un ruscello si sedette al greto,
e tosto caricava la pistola.
Ma non ebbe coraggio; e allor inquieto
le gesta di Cesare e d’Alessandro
dannando, s’attoscò coll’oleändro.

Quest’è la Notte dell’accampamento,
Luna febbrile di sepolcri immani,
dove si regna l’eterno spavento,
dove suicìdi si tirano i cani,
e questo vespro ne danna al tormento
i prepotenti, i guerrieri e i sovrani,
e debole la Vita qui si langue,
e vi sarà domàn un mar di sangue.


Massimiliano Zaino di Lavezzaro


Mercoledì III Giugno AD MMXV