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sabato 23 giugno 2018

Idillio mediterraneo

Il màr è irato, e urla rabbioso, e grida,
invòca la Tempesta che divora
le prue d'in su' gli scogli ove sorge Ilio,
le pietre urlanti di nebbie di fuoco,
di cènere e furòr,
mare crudèl!....
Tirèsia lo diceva; e presagiva
di Nettuno la Furia svergognata...
Tirèsia maledisse... e il Fato eterno
lo decretò.
Il màr è irato,
rabbioso come un lupo,
mare fatàl.
Io... ràpsodo romàntico su' greche
terre ora immaginate e un po' ghermite
con un abbraccio,
cosa ti dico? mia onda... mia ombra, e Vita?....
Odi il Sòl dell'Estate che singhiozza
l'acque bevendo... 
odi il màr, questo màr... queste onde d'una
spiaggia, odi Odìsseo che ritorna a Ítaca,
odi nel meriggio il stormìr de' i gabbiani,
il canto delle ròndini perdute,
l'Ècate che ritarda co' il suo fàscino
di tènebra; odi, o cuòr,
gli inavverati Sogni
che insieme a' la salsèdine garèggiano
per le scogliere d'ogni àvida Notte...
garèggiano bramàndosi,
garèggiano saltando
tra il sale e il fiele di sguardi perduti...
di sguardi quai d'amanti,
di sguardi e di dolòr...
gli sguardi di un'Ondina che dall'acqua
fa mostra solo degli occhi che sussùrrano
i caldi baci
che dall'imberbe pescatòr vorrìa
sopra il suo seno...
ignudo seno
di spoglio cuore.
No! Non bere, mia Vita, questo loto,
loto d'Egitto che l'ignuda donna
ne coglie per drogàr le ciglia sue
e delle danzatrici...
oh... sacre danzatrici
del Nilo dove scòrrono le tombe
dei Re! No! non mangiàr
questo pètalo folle che si piace
a inebrïàr la mente che non pensa,
che non prega...
loto fatàl!....
Loto di Sogni!....
Infatti, il Genio dell'Estate, da Ade
precedente risorto, Dea Prosèrpina
che i mistèrici riti dell'Aprile
ancor presenzia e
fecondò di germogli e nuove nàscite,
è forse il primo Sogno,
la più cara parvenza, la qual qui
or suggerisce
che il Sole più non v'è...
che l'han rapito i voli dell'Arpie...
che non v'è mare,
né steli, né vïole, nè altri fiori...
che è sempre inverno,
che Odìsseo non ritorna a' la sua Patria,
che l'Orco trattïene la fanciulla
impäurita della Primavera...
che Atene e Sparta rovinosi rami
spogli e bruciati di fuoco e di guerra
al vento èrgono ansanti di massacri....
Alle Termòpili or trecento Sogni
pugnàrono... trecento Sogni andàrono
a Morte... negli Inferi...
i Sogni miei!....
La Vita, allora - così io canto all'arpa
a Saffo appartenuta sull'Egèo -
è un ditiràmbo... un epigràmma fùnebre
che canta urlando
su' il tèrmine d'un Sogno che soffiava
liberamente nella Notta, prima
che sovvenisse l'alba con le rosee
dita assassine
d'ogni sognato sguardo, e d'ogni senso,
oltre il quale non v'è nulla, siccome
il mare che oltre i bei lìmiti di Ercole
s'acquieta e muòr.
Odìsseo sa,
Odìsseo ben conosce:
quel loto afrodisìäco d'onìrici
àttimi da Érato avvolti e convulsi e
che ei inghiotte con il pane...
il Sogno! il Sogno!...
non può èssere varcato oltre i confini.
Infatti, per colui che non vuòl Sogni
e per colòr che vògliono avveràrli
ha preparata Iddio òrrida Tempesta....
Un'Anima che non sogna mai è un'Anima
d'Inferno!

Saffo e Faone, Jacques Louis David, Classicismo francese, Epoca napoleonica, Prima Metà del Secolo XIX


Massimiliano Zaino di Lavezzaro, Mia Registrata, in Dì di Sabato XXIII del Mese di Giugno dell'Anno del Signore Iddio Gesù Cristo, di Grazia, di Fede e di Pace AD MMXVIII.

martedì 29 settembre 2015

Ode a Euterpe, ovvero L'Ingenuità e l'Inconsapevolezza

E io sto a scrìvere Poësie a una Musa che lo ignora,
vanamente aspettando un sogno, ov’ io in cuore così
mi chiedo: «Ov’è? La mia fanciulla?». E l’illusa mia mente
la scorge tra le danze del grigiore dell’autunno.

Vive, ma è morta; e va una cornamusa a piangerne il Fato.
Defunse nel mio sogno e nel suo bagliore che accecava, e…
e forse tra le Villi va alla rinfusa a danzare,
e chiede la vendetta del mio Amore di silenzio.

No! Mentre io scrivo quel che non discerne è viva,
e se alla mia finestra io sto, ella inonda di gioia
le feste del paëse, e sono eterne le sue danze; e…

e mentre dico che la amo, la bionda sua chioma
bacerà il senso a un altro uomo inerme al suo fascino, e
così l’avrò perduta. E m’è iraconda questa Sorte, per sempre.

Piangerò eterna un’onda di lacrime!
E ti costava molto, oh folle cuore - oh codardo! -
non scrìver niente, e confessarle Amore? E il sogno più non v’è!


Massimiliano Zaino di Lavezzaro




Domenica XXVII Settembre AD MMXV

giovedì 17 settembre 2015

In Ode di Eva, la prima Donna

Crine di flebili
capelli d’oro,
giovane e nuda
all’ombre e ai sibili
del sicomoro,
Eva, la cruda

stava e pasceva, e l’inguine
volgeva al fresco vento,
e udiva urlàr le rondini,
sentìr il falbo armento; e -
e a una serpe il suo seno
mostrava, e fu veleno,
ed era la canzone
del Re… del Re demòne. - E…

e venne Sàtana,
giunse ad amarla,
le disse spasimi,
volle abbracciarla.

Seni dolcissimi
solleticati
da quest’infame, e
senso terribile,
follia dei Fati,
le calde squame! E…

ella stava, e - era immobile
quasi rapita e morta
in strana e melliflua estasi,
e su un frutto era assorta.
È il frutto del piacere,
che nasconde il dolère;
è una dolce canzone:
Inferno e dannazione. E…

e mangiò al nespolo,
e Dio tuonava,
arbitrio cupo,
e allor da un valico
tetro inneggiava
un tristo lupo.

Oh Eva! Sii maledetta - femmina irrisoria, -
donna sublime e - espiätoria e, -
viscere indegne, e - utero putrefatto.
Vedi? Anche Iddio ti guarda; e - ed è esterrefatto!


Massimiliano Zaino di Lavezzaro



Giovedì XVII Settembre AD MMXV

mercoledì 10 giugno 2015

1815 - Ode ad Apollyon

Furioso un gemito
emana un uomo,
grida alle nuvole,
tremulo atòmo,

veste dell'Erebo,
Sterminatore,
tinto dell'Ecate,
l'Imperatore,

ed egli s'agita
stringe l'Impero,
strilla all'esercito,
tetro guerriero,

beffa le splendide
stelle del Cielo,
scaglia a Dio i Dèmoni
oltre quel velo,

afferra le Màrtiri,
le vuol ghermire,
un Mostro intrepido
in collera, ire

d’un vespro, l’ultimo,
or disumano,
il dì si scalpita
del culto arcano,

d’un credo ignobile,
Sàtana il Nume,
l’ira degli Angioli
ne infuria un lume.

Apollyon giùngesi,
Re del Destino,
possente e formido,
torvo e meschino,

tiene la porpora
del suo Potere,
l’alloro flebile,
regna alle sere,

è egli il terribile
figlio ribelle,
tristo s’illumina,
pallida pelle,

s’inebria attonito
della Ragione,
del cupo bàratro
egli è il Demòne,

e scava i tumuli
ai cavalieri,
semina i loculi
lungo i sentieri,

ed egli è l’essere
forse più invitto,
sempre più immemore
del male inflitto,

egli è dimentico
delle tradite
donne, dei Popoli,
di tante Vite,

ed egli è l’Ordine
del tetro Inferno,
mieteva l’Anime
nel russo inverno,

Apollyon, rorido
di sangue sguardo,
Sir degli Spiriti
e d’ogni azzardo,

e in furie sanguina
col fiel degli altri,
brinda col calice
dei Numi scaltri,

Eroe diabolico
di questa terra,
Marte satanico,
Dio della guerra,

egli che ha orribile
offeso Iddio,
un giglio pallido,
rapito Pio,

Sire dei brividi,
spir del divorzio,
serpe venefica,
marziàl consorzio,

d’un trono in lagrime
l’Usurpatore,
uomo non nobile,
Genio in Furore.

Egli è retorica,
democrazia
che lenta e tacita
è tirannia,

Apollyon, vipera
tra i Santi misto,
afferra spastico
la man del Cristo,

Mente dei Codici,
Costituzione
mendace e languida,
le fauci prone.

Egli incammìnasi,
va contro il mondo,
ne schiera gli Ussari,
ed è iracondo,

l’Europa immobile
brama, i celesti,
l’Asia desìdera,
i mar funesti,

si crede un Angiolo,
Onnipotente,
è solo un Spirito,
fiero e demente,

prega al deïstico
del Dèmon culto,
illuministico
folle singulto,

egli è la debole
Ragion umana,
sogno spasmodico,
la voglia arcana

d’essere simile
al Dio che vive,
figlio di Sàtana,
risa giulive,

vede una Vergine,
le corre incontro,
la vuole uccidere,
brama lo scontro.

Ma scritto il gemito
del suo è Destino,
con lui decadono
Ribelli infino

fiamme che s’alzano,
fuoco infernale,
i Ciel ripetono:
«Tu sei un mortale!».

Apollyon stolido
ignora tutto,
non sa: l’aspettano
l’esilio e il lutto,

non sa: un eroïco
prode lo incalza,
pei fanghi torbidi,
per ogni balza,

non sa che è il Diavolo,
quel che ha perduto,
Vita medesima,
che sarà muto.

Gloria ad Apòllyön,
il Seduttore,
gloria, a lui Cesare
senza l’Amore,

gloria ai desìderi
di lui che apprende
del truce numero
l’arcano, e pende

sopra le nuvole
verso l’abisso,
e su lui splèndesi
il Crocifisso!

Gloria all’attonito
fior del suo pugno,
gloria agli eserciti,
diciotto giugno!

Gloria all’immobile
spoglia al miraggio,
ai spiri, gli ultimi,
del cinque maggio!

Ecco: il suo termine,
il fine rio.
Gloria all’esercito
del vivo Iddio!


Massimiliano Zaino di Lavezzaro


Mercoledì X Giugno AD MMXV