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giovedì 14 luglio 2016

Martedì XIV Luglio - L'Assalto alla Bastiglia

Vento… è gelido, il vento… il grido del
nembo che fùlmina i spìriti erranti
dell’àëre inumano. E al nuovo dì
singhiozza l’alba, tramontando immane
e qui immediatamente in altra Notte,
dove risplende il ceppo della Luna,
la scure delle tènebre mai vinte.
E il labbro tace del Ciel. Ov’è Iddio?
Vento… è gelido, il vento… il grido del
sangue dei tuoni errabondi e vaganti
che oli e bàlsami effòndono così
perpetuamente - e di Morte - a’ lontane
cime segrete, e nelle loro grotte,
dove l’Ànima muore in ansia cura
di pene e strazi. E l’acque appena attinte
e insanguinate chièdono: «Ov’è Iddio?».

Al suo passaggio una fanciulla chiese
pane, coperta di stracci di lana.
Non aveva che sei anni, e accanto un teschio…
un difforme sembiante di sepolcro,
uno schèletro, una donna… sua madre.
Ed ei ingemmato e inciprïàto e giòvine
lì passando oltre smorzò il pianto e il cuore;
e fu l’ùltima sera.

Fresco fiore di Estate, occhio di donna
la sera… qui, la Luna che mai dice?
Illuminerò le pietre che càdono.

Geme ora una regina.

Calmo… su’, calmo, bimbo mio! È soltanto
Notte. Hai tu udito i tuoni di Tempesta;
e presto tornerà la quiete bella.

Si nasconda, o bimbo mio, a te almèno, che
conteranno i miei finti nei in sul ferro
del patìbolo. Or dormi! Non svegliàrti!
Domàn miràr potresti un Orco orrendo,
scampato alle mie fole per raccòglierti -
come fa un vendemmiante con un tralcio morto
tra le vìpere ghiotte di montagna -
in un bacio di Morte.

E la Gargolla della cattedrale
si incupisce e dibatte le triste ale.
Quante ossa conterai, Sàtana, oh infame,
in questo eterno Sogno mai spiegato
che è nome Libertà?


Massimiliano Zaino di Lavezzaro
 
La Presa della Bastiglia, Neo-Classicismo francese, Fine XVIII Secolo


In Dì di Giovedì XIV Luglio dell’Anno del Signore Iddio Gesù Cristo, di Grazia e di Divina Misericordia AD MMXVI

giovedì 16 luglio 2015

Le Lamentanze di Ekaterinburg, ovvero In Morte di Nicola II

«Figlioletta che in spasimi
ti giaci, ascoltami:
tuo padre va a morire,
ei fu un tiranno,
ma vieni, oh pia, e nasconditi,
e dormi placida,
sia almèn tuo l’avvenire,
gioia e non affanno!».

I prodi giunsero,
e la famiglia
feroci presero,
tristi di ciglia.

Muti sepolcri giacevano, e nevi
di sangue intemerato e di dolore,
e putridi sembianti in vesti lievi
con le ferite nell’alveo del cuore.
Tombe irredente di corpi inumani
nella bufera gridàvan, e assorte
eran nei volti le larve, e i lontani
canti di guerra lodàvan la Morte;
e tuttora tuonava a terre prone
fulvo e feroce dei prodi il plotone,
e al grido dei fucili il sacro alloro
d’un Cesare si cadde a un cardo moro.

«Figlioletta, l’attonito
padre qui s’agita,
a te, giòvin nel cuore,
bimba adorata,
l’empio tuo padre in gemiti
tempra le lacrime
del nostro vano Amore,
stirpe dannata!».

Empi ‘l portarono
fuor, nel giardino,
e li legavano,
empio Destino.

A terra, e inermi, e trucidati e spenti
i cavalieri stàvan d’un Impero,
con i capelli alle fauci dei venti,
coi mesti volti prementi un sentiero;
e di ferro le dame avèan il seno,
e di sangue insozzate l’alba veste,
e l’eco s’innalzò d’un tetro treno,
le truppe oscure, e tremende e funeste.
Frattanto in cielo divampava il fuoco
che il lor palazzo inghiottì a poco, a poco,
e d’un monaco l’ombra s’aggirava,
e satanico e torvo ei singhiozzava.

«Figlia perduta, esanime
vedrai il mio palpito,
la madre a terra assorta
in sonno eterno;
ma tu… tu dormi, e sàlvati,
oh bimba docile!
La tua stirpe è già morta,
dormi! È l’inverno!».

E li bendarono,
ed eran vili;
e comandavano
foschi fucili.

Laceri i petti, le guance colpite
perpetuamente sanguinàvan. Pianto
di nevi le bufere or d’infinite
doglie tempràvan, e un funebre canto,
e degli estremi e funerei Destini
nessuno risparmiò l’empio decreto:
corpi morenti di donne e bambini,
e un urlo della steppa or fu irrequieto.
Ma poco lungi giaceva una culla,
e da qui or sorse una bionda fanciulla;
e non capendo che fu e dove ell’era
ridendo si perdé nella bufera.

«Figlioletta, salùtami,
è il giorno, l’ultimo;
non cercare la mamma,
la tua nutrice!
Va’ tra le nevi; pòsati
sul ghiaccio pallido,
e ignora l’empia fiamma,
e quel che dice!».

«Fuoco!» gridavano
i caporali.
Così morirono
questi mortali.

Era innocente, e d’età assai piccina,
e tra le nevi ormai s’incamminava,
e una vestaglia aveva alba e divina
e che tra i ghiacci svelta or s’offuscava,
e procedeva, fors’anche all’Ignoto,
immemore dei spenti genitori,
e nella steppa l’occhio aveva immoto,
e si perdeva nei ghiacci in furori.
S’allontanava da un reo cimitero,
e della Notte disparve nel nero.
Forse vaga tuttòr, e forse ride;
ma un dì spariva, e mai più non si vide.

«Figlia, sono uno Spirito,
e vago incognito!
Padre son io, figliola,
oh Paradiso!
Addio, per sempre, un gemito
mesto dall’Erebo!
Ignora chi Nicola
un giorno ha ucciso!».

S’alzàvan lacrime
di gioia sospetta.
Le truppe urlavano:
«Morte e Vendetta!».

In Memoria dello Czar Nicola II Romanov e della sua Famiglia, giustiziati sommariamente dal regime sovietico in data 17 luglio 1918


Massimiliano Zaino di Lavezzaro



Giovedì XVI Luglio AD MMXV

martedì 16 giugno 2015

1815 - Sabato. La Tempesta

I. Canto le tenebre,
veli piovani,
e l’aspre folgori,
grido di cani.

Le nuvole si fremono,
le piogge cadono,
e la Tempesta grida,
sospira e geme,
e mentre vien la grandine
che scende gelida,
il Temporàl disfida
l’ultima speme:

canto quest’ultime
ree confidenze,
baldanze insipide
delle coscienze,

l’ultima speme orribile
dell’Orco, dèmone,
e il fango qui si cresce
pel campo nudo,
del Mostro che desidera
regnar, uccidere,
e che il sangue ne mesce
a un nappo crudo,

canto del calice
l’insanguinato
vino che còlasi
in ode al Fato,

l’ultima speme attonita
dell’uom di Sàtana,
di lui che al tuòn s’estolle
e che è un Titano,
e le piogge s’infuriano,
l’erbe calpestano,
l’erboso e tristo colle,
e il ciel lontano.

Canto dell’Ecate
Furia immortale
i folli turbini
del Temporale.

Oh sì! I furiosi nugoli
cupi saëttano,
e il lor regno è la sera
dell’aspro e tetro
e tenebroso sabato,
un dì fatidico,
e i tuoni vanno in schiera,
e urlano e dietro

canto che scorrono
lungo le vie
che si tormentano
or d’amnesie

l’acque fredde, procedono,
lente s’infrangono
al suolo e in tintinnìo
e in tanti umori
in spettrali pozzanghere
quivi s’ammucchiano,
le sentenze d’Iddio,
celesti i cori.

Canto del Diavolo
la bocca: ei beve
lassù degli Angioli
il pianto e deve

chinar lo sguardo tremulo
ai tuòn che scoppiano,
la sua folle cervìce
sempre insistente,
e che deve procedere
là, verso il bàratro
che tanto non gli lice,
occhio furente.

Canto! Son ràpsodo
del suo Destino,
del suo crepuscolo,
torvo e ferino.

II. Canto l’immobile
Furia decisa,
la svelta Sorte,
i lampi spaccano
l’aria, e le risa
son della Morte.

Dovunque sono i fulmini,
empi si grondano,
signori del spavento,
fuoco sublime,
le tende e i campi illùminano,
gemendo piovono
e trascinano il vento
fin dalle cime.

Canto le cerule
ombre del bosco
che s’incupiscono
d’un sguardo fosco,

e canto i brividi
della betulla,
e della selva,
perenni tremiti
tra essere e nulla,
piange la belva.

Queste Notti promettono
saëtte e spasimi,
e si crescono i fanghi
lungo le rive,
e presso le casupole
che ancora ignorano
i guerreschi fandanghi,
lame corrive,

e canto il fremito
dei contadini
che ne patiscono -
ahimè, i meschini! -

il gelo ch’èrgesi
siccome un Mostro,
e canto i tocchi
di lor che gridano,
di pioggia gli occhi.

Son Forze irripetibili,
e inesorabili,
Elementi confusi
nel Caos che giunge,
le man d’Iddio ne plasmano
le posse formide,
che premono gli illusi,
l’ira li punge.

Canto degli Ussari
i manti aspersi
dal ciel che gròndasi
dai nembi tersi.

Canto pel fulmine
il vincitore
inno fatale,
canto nel vortice
del suo dolore
l’ode che assale.

III. S’erge quivi com’Ercole
tra l’acque il gran cimiero,
ne sfida il cimitero
e il ghigno è sempre altèr.

Sia lode! Lo ripetono
i nuvoli alterati,
che reggono i suoi Fati
all’anglo granatièr!


Massimiliano Zaino di Lavezzaro


Domenica XIV Giugno AD MMXV


mercoledì 10 giugno 2015

1815 - Ode ad Apollyon

Furioso un gemito
emana un uomo,
grida alle nuvole,
tremulo atòmo,

veste dell'Erebo,
Sterminatore,
tinto dell'Ecate,
l'Imperatore,

ed egli s'agita
stringe l'Impero,
strilla all'esercito,
tetro guerriero,

beffa le splendide
stelle del Cielo,
scaglia a Dio i Dèmoni
oltre quel velo,

afferra le Màrtiri,
le vuol ghermire,
un Mostro intrepido
in collera, ire

d’un vespro, l’ultimo,
or disumano,
il dì si scalpita
del culto arcano,

d’un credo ignobile,
Sàtana il Nume,
l’ira degli Angioli
ne infuria un lume.

Apollyon giùngesi,
Re del Destino,
possente e formido,
torvo e meschino,

tiene la porpora
del suo Potere,
l’alloro flebile,
regna alle sere,

è egli il terribile
figlio ribelle,
tristo s’illumina,
pallida pelle,

s’inebria attonito
della Ragione,
del cupo bàratro
egli è il Demòne,

e scava i tumuli
ai cavalieri,
semina i loculi
lungo i sentieri,

ed egli è l’essere
forse più invitto,
sempre più immemore
del male inflitto,

egli è dimentico
delle tradite
donne, dei Popoli,
di tante Vite,

ed egli è l’Ordine
del tetro Inferno,
mieteva l’Anime
nel russo inverno,

Apollyon, rorido
di sangue sguardo,
Sir degli Spiriti
e d’ogni azzardo,

e in furie sanguina
col fiel degli altri,
brinda col calice
dei Numi scaltri,

Eroe diabolico
di questa terra,
Marte satanico,
Dio della guerra,

egli che ha orribile
offeso Iddio,
un giglio pallido,
rapito Pio,

Sire dei brividi,
spir del divorzio,
serpe venefica,
marziàl consorzio,

d’un trono in lagrime
l’Usurpatore,
uomo non nobile,
Genio in Furore.

Egli è retorica,
democrazia
che lenta e tacita
è tirannia,

Apollyon, vipera
tra i Santi misto,
afferra spastico
la man del Cristo,

Mente dei Codici,
Costituzione
mendace e languida,
le fauci prone.

Egli incammìnasi,
va contro il mondo,
ne schiera gli Ussari,
ed è iracondo,

l’Europa immobile
brama, i celesti,
l’Asia desìdera,
i mar funesti,

si crede un Angiolo,
Onnipotente,
è solo un Spirito,
fiero e demente,

prega al deïstico
del Dèmon culto,
illuministico
folle singulto,

egli è la debole
Ragion umana,
sogno spasmodico,
la voglia arcana

d’essere simile
al Dio che vive,
figlio di Sàtana,
risa giulive,

vede una Vergine,
le corre incontro,
la vuole uccidere,
brama lo scontro.

Ma scritto il gemito
del suo è Destino,
con lui decadono
Ribelli infino

fiamme che s’alzano,
fuoco infernale,
i Ciel ripetono:
«Tu sei un mortale!».

Apollyon stolido
ignora tutto,
non sa: l’aspettano
l’esilio e il lutto,

non sa: un eroïco
prode lo incalza,
pei fanghi torbidi,
per ogni balza,

non sa che è il Diavolo,
quel che ha perduto,
Vita medesima,
che sarà muto.

Gloria ad Apòllyön,
il Seduttore,
gloria, a lui Cesare
senza l’Amore,

gloria ai desìderi
di lui che apprende
del truce numero
l’arcano, e pende

sopra le nuvole
verso l’abisso,
e su lui splèndesi
il Crocifisso!

Gloria all’attonito
fior del suo pugno,
gloria agli eserciti,
diciotto giugno!

Gloria all’immobile
spoglia al miraggio,
ai spiri, gli ultimi,
del cinque maggio!

Ecco: il suo termine,
il fine rio.
Gloria all’esercito
del vivo Iddio!


Massimiliano Zaino di Lavezzaro


Mercoledì X Giugno AD MMXV

sabato 6 giugno 2015

1815 - L'Incognito oltre la Manica

Or che mai è oltre la Manica?

Forse gridano i fulmini,
forse i terribili,
flutti del disonore,
della vergogna
tetri ti seppelliscono,
Tamigi, o pallido
rivo di van rancore,
e la zampogna

alle campagne sibila,
canzoni belliche,
i flauti del soldato
che non partiva,
alle cieche casupole
dei bimbi miseri,
le miniere del Fato,
terra corriva;

forse i pallidi valichi
di Dover, flebili
urlano a una Tempesta,
a mezzanotte,
all'ombra degli spasimi
fatali e tremuli
della Luna funesta,
piove alle grotte,

e forse si riversano
nell'onde gelide
le labbra del silenzio
cimiteriale,
dove i Demòni spargono
i tristi calici
d'inebriante assenzio,
Orco fatale.

Or che mai è oltre la Manica?

Forse i lumi s’accendono
delle vie in tenebre,
si danza per la sala
d’un londinese
Sire, e i canti si muovono
e vanno e s’àgitano,
e intanto d’una pala
è il tuòn palese:

i sepolcri si schiudono,
le fosse scavano,
si prepàran le croci,
prive di nome,
e al cielo stanno i bàratri,
l’orbe voragini,
i Destini feroci,
e chiedo come:

or che mai è oltre la Manica?

La mia donna è una vedova,
piange al mio loculo,
ha in braccio il fanciullino
ch’è appena nato,
mi geme ad un’incognita
fossa terribile,
e grida il poverino
bimbo agitato,

ed ella ha in man la lettera
che scrissi - l’ultima -
la legge a un fosco ossame
tra i tanti uccisi,
la proclama a un anonimo
sasso, sarcofago,
tra l’estivo fogliame,
di pianto intrisi

le sono gli occhi, l’iridi
si stillicidano,
e il bimbo guarda intorno,
di croci un mare,
e gli orizzonti annerano,
cupi s’infuriano,
decade il caldo giorno,
è van sperare.

Or che mai è oltre la Manica?

Forse l’ossa mie posano
al suolo gelido,
e maledico il campo
della tenzone.
Presto dovrò combattere
un Mostro orribile,
è del Demonio il lampo,
Napolëone.

Sarà una guerra inutile,
crudele e in tremiti,
e a un tiràn ve n’è un altro,
pace beffarda,
e morirò tra i giovani
nel giuoco ignobile
d’un trono immenso e scaltro,
legge bugiarda.

Or che mai è oltre la Manica?

Con la sua rossa barda,
terribilmente combattendo muore
un uom che dice addio a Vita e ad Amore!


Massimiliano Zaino di Lavezzaro



Sabato VI Giugno AD MMXV