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giovedì 15 agosto 2019

I Contrabbandieri - Cronaca di un Amore romantico

"No, non mi par diggià maturo!" esclamò d'un colpo il vecchio contrabbandiere allungando la destra a un cespuglio e assaporandone il mirtillo raccolto "Dassenno è come la nostra Vita: amara... nient'altro che amara".
Frattanto un colpo di carabina assordò il bosco di montagna, echeggiando poi come un tuono per l'orizzonte che lentamente si annichiliva nella sera. Immediatamente si alzò quasi un coro unanime... un fiero e guerresco ma altrettanto impaurito motteggio di indecorose voci.
"I gendarmi! I gendarmi!.... Orsù, via!".
Ma mentre i più giovani della masnada iniziavano a correre per i miserevoli sentieri, il vecchio cavò la sua carabina dalle spalle, tirò il cane e sparò un colpo.
"L'avete freddato!" urlò immediatamente una maschia e ruvida voce "Battiamocela, prima che lo vengano a vendicare per bene". Non ebbe finito di parlare che una raffica di colpi rumoreggiò verso di lui e i suoi amici contrabbandieri. Eppure quest'ultimi conoscevano sicuramente meglio il bosco e la montagna; e così poterono azzardare ora delle frenetiche corse, ora dei piccoli salti, chi schivando le frasche delle piante con le mani e chi con i pugnali.
D'un tratto una pallottola colpì il polpaccio di un disgraziato di quella masnada, il quale, stando correndo, stramazzò violentemente a terra, ottenendone una gran botta dall'ischiena alla fronte. Con entrambe le mani insanguinate sulla ferita e molto addolorato fece cenno ai compari di proseguire. E così fu. Lo lasciarono tutti con la più fredda disinvoltura, con il più gelido cinismo che un essere umano può covare nel profondo del cuore e della mente. Egli, invece, il poverello, cavò di tasca un fiaschetto, trincò forte, e disse un'invocazione alla Vergine del Sangue. Poco dopo, i gendarmi svizzeri gli erano appresso, lo osservarono attentamente, guardarono la ferita... quasi tutti proseguirono, per cercare di acciuffare gli altri. Uno di loro, invece, restò accanto al ferito, e senza nemmeno guardarlo negli occhi, gli conficcò la baionetta nel petto. Alla fine, corse per raggiungere i commilitoni.
Erano davvero anni duri quelli!.... Per due lire in più, vecchi e giovinotti erano disposti a farsi sparare oltrepassando il confine e vendendo di contrabbando. Né il loro mondo andava oltre quella parte delle Alpi che, per le punte estreme del Piemonte, introducono in Svizzera, verso Locarno. Si alzavano prima dell'alba, vestiti pesante e armati fino ai denti, prendevano con sé la merce più vendibile e, trascinando casse e cestoni, percorrevano i sentieri montani più tortuosi, laddove ce n'erano. Con dei segnali prestabiliti e presi con comune accordo, superato il confine, venivano a contattato con la controparte svizzera. E giù a contrattare! Sovente, però, o v'era da discutere troppo e fervente spinta d'animo, o v'erano i gendarmi cui badare. Per dirla in breve, le armi - a volte dei comuni bastoni e delle pietre - erano quasi sempre necessarie.
Quel meriggio le cose non andarono indubbiamente per il verso giusto. Ai miseri sopravvissuti rimasero impresse soltanto delle immagini: il vecchio e duro Hans, un vero e proprio Tedesco, un Barbaro irsuto di biondo pallido, offre al figliuolo del capo la figlioletta sua; il capo è pieno di imbarazzo; il figlio non accetta... l'allarme; i gendarmi... le fucilate e la fuga. Hans aveva tradito, forse!
Così era anche dell'Amore, nient'altro che una merce di scambio, da contrabbando, come secoli prima lo era per i piccoli feudatari della regione, anzi, dell'Europa intera. Amando, macché, fingendo di amare, si otterrebbero amicizie che perdurano nel tempo, quasi come a sposarsi fossero intere famiglie, società, popoli; e ne conseguirebbero patti che soltanto la fellonia o la rivoluzione potrebbe annullare nell'immenso e imperdonabile corso della Storia. Che importava in quegli ambienti di ladroni o di nobili fuorilegge l'avvenuta fine del feudalesimo, un cinquattennio prima, quando Napoleone troneggiava in Francia? Né importava loro di essere Piemontesi, o Italiani, oppure Svizzeri... di chi fosse il loro re, o presidente. Soltanto erano timorati d'Iddio; ma non senza l'oscurità della superstizione che annebbia tanto la Fede quanto la Vita: quanti di loro prima di sparare una schioppettata pregavano la Madonna del Sangue, e quanti di loro, appena dopo, intercalavano la morte o la ferita dell'inseguitore con una dannata bestemmia! Ma erano Demòni? No; né erano Angioli; ma semplicemente uomini... uomini disperati, che dovevano vivere di quel poco che le Alpi offrivano loro, e che dovevano dominare questa regione dimenticata dal resto del mondo.
Erano miserabili, spesso anche abbastanza ricchi, dopotutto! i quali sapevano manifestare nelle proprie mani, nella propria forza, nelle parole la tagliente potenza insita e nascosta nelle pietre, o il gelo feroce dei torrenti del Ghiridone, o ancora, il mortale, fatal veleno dei denti di vipera. Eppure, sapevano anche amare; e la nostra storia, così iniziata con un fatto di sangue e di morte, vuol essere la triste cronaca di un Amore infelice.
"Perché hai rifiutato?" chiese il vecchio, davanti alla misera tavola, interrompendo un disumano silenzio.
"Padre!" esclamò con un lieve tremore il giovane Rodolfo. Poi si tacque.
"E allora?", riprese il vegliardo, mentre a stento, per la rabbia e il dispetto cercava di tagliare una fetta di formaggio.
"Dovete capire..." disse il giovinotto "Non posso.... Ad altra appartiene il mio cuore.... Si può essere così spergiuri solo per far piacere a un amico?".
"Spergiuri!.... Spergiuri!.... Cambiar di donna è essere spergiuri?.... Forse che il nostro Tonio, morto quest'oggi ucciso da quei cani, fu spegiuro?.... E sai chi l'ha ammazzato?".
"Un gend..." provò a rispondere Rodolfo, che si ritrovò sùbito azzittito da uno schiaffo.
"Tu!.... Lo hai ammazzato tu!".
"Non dite questo, padre! Vi prego, fu un tradimento.... E io dovrei sottomettermi alla dura legge di un Barbaro? Sposarne la figlia? Lasciare voi e i vostri uomini in pasto a questa infame masnada? Mio figlio dovrà chiamare nonno un ladrone furibondo?.... Oggi abbiamo perduto un amico; noi medesmi avremmo potuto essere perduti. Ma possiamo sempre vendicarci, ché la legge del perdono con i Barbari e gli sgherri non funziona".
"Vendicarci?.... Figlio, vendicarci?.... Sei pazzo! Dovrei dassenno sfidare il nostro uomo migliore che abbiamo al di là del confine?".
"Se così volete, non è necessaria la vendetta. Ma lasciatemi, ve ne prego, al mio Destino: io non sposerò mai quella fanciulla.... Ne pagherò il valore in altra merce, se proprio debbo".
"E sia!" brontolò il vecchio senza poca stima e fiducia, quasi controvoglia, e con molta irritazione. 
Frattanto il giovane si alzò da tavola e andò alla porta.
"E adesso dove vai?".
"A prender aria!" esclamo quegli che, aperta la porta, se ne andò. 
"Taci... zitta! non dire nulla, te ne prego!" sbraitò il padre verso la moglie; poi estrasse un sigaro dalla tasca, lo accese a una candela e iniziò a fumarlo nervosamente. E la donna, intanto, con lo sguardo di chi soffre per oppressione e nulla può dire e fare, si alzò e si mise a rassettare la stanza. Un oggetto come un altro... un oggetto vivente. Nel suo cuore stavano mille e mille ricordi di insulti, di botte, di schiaffi.... Perfino il primo bacio ricevuto dal marito avvenne dopo un pugno, quand'ella assai più giovane non voleva concedere quell'incanto all'uomo al quale suo padre la destinava per affari.
Intanto Rodolfo, uscito di casa, passava per la piazza, sostando brevemente davanti alla piccola vecchia chiesa, cui alla sommità, più in basso del campanile, sul frontone principale, imperava clemente e silenziosa la statua della Madonna. Poi prese il sentiero principale e si diresse verso una baita, con una stalla appena vicino. Si appiattò allora dietro delle rocce, e fischiando, imitò il canto di un uccello notturno. Immediatamente una figura... un'ombra femminile uscì dalla stalla e corse verso le rocce.
"Saluti a voi, Adelia; e buona serata!" esclamò energicamente Rodolfo saltando fuori dal suo nascondiglio, andandole incontro, e accennando a un breve ed elegante inchino.
"Dunque è giunto per voi e per me l'attimo dell'addio?" domandò la fanciulla quasi piangendo.
"Avreste voi dunque il cuore per questi ischerzi crudeli, oh Adelia?".
"Non è forse così...? L'addio è giunto, e voi, crudele, me lo volete nascondere, perché - non è vero? - volete uccidermi... facendomi piombare addosso l'aborrito istante. Dite, non è vero?.... Morirei di colpo, di dolore, di crepacuore... soffrendo poco; e voi avreste fatto una grazia alla mia persona, dacché mi amate davvero e ne avete pietà.... Vi prego, ne avrete pietà, oh crudele?.... Non è vero?".
"Calmatevi, Adelia! Ve ne prego... non così!".
"Non così, voi dite?.... Quindi è vero, dovremo separarci per sempre!.... Vi prego, Rodolfo, ricordatevi di portare qualche rosa alla mia tomba; e se vi viene in imbarazzo parlare di me alla donna che Iddio vi destina, almeno parlatene con il frutto del vostro nuovo Amore".
"Tacete! Vi prego, tacete!.... Allontanate da voi, oh Adelia, questi tristi moniti di morte e di infelicità eterna.... Pensate davvero che io possa amare un'altra donna? Pensate che io non sappia che voi, soltanto voi, il Cielo mi destina?.... No! Non è e non verrà mai il momento dell'addio. Risollevatevi! Oggi ho rifiutato!".
"Pazzo!" esclamò immediatamente con un impeto misto a istrana felicità e molta gaiezza la nostra timorosa fanciulla "Pazzo! Pazzo che non siete altro.... Così gran dolore e difficoltà voi date a vostro padre e ai suoi compari?".
"Nulla varrà quanto voi... nulla; anche gli affetti miei... gli affetti familiari. Quale dolore più grande di quello del quale voi accennate sarebbe se dovessi sottostare a queste leggi crudeli, frutto di menti antiche... vecchie... perverse... di cuori induriti da tutta la roccia che abbiamo intorno e dall'avidità!.... Credete, Adelia, che io sono e sarò avido come costoro?.... No! Oh Adelia! No, non lo crediate, ve ne prego!.... E se in me qualcheduno, voi forse, potesse mirare dell'avidità, allora - sappiatelo! - che altra avidità sarebbe questa se non d'Amore?" disse Rodolfo con infinito trasporto; e quand'ebbe notata la gioia della sua amata, ebbene, non si poté più trattenere e gli scappò di dire "Ora lo vedo... voi ridete e siete contenta!.... Avete dunque visto che io sono ai vostri piedi per annunziarvi le felicità che ci attendono all'orizzonte!".
"Ah! misera me... come potei dubitarlo!" esclamò Adelia con un leggero seppur sorridente imbarazzo "E io, meschinella, giù a non credervi... giù a dubitare, a disperare qualche brutto colpo.... Dovreste scannarmi, Rodolfo; e dare prova della vostra abilità!".
"Pace, amata mia... pace!.... Ogni cosa è passata e ha lasciata in noi soltanto una frizzantezza di allegria; donde vediamo che l'avvenire è costellato di più buoni e profondi Sentimenti.... Oh Adelia, apriamoci speranzosi ai nostri futuri congiunti". Ma, appena dette queste parole, notando che la mano della fanciulla era fredda alla sua presa e cercava di svicolarsi con timidezza, egli riprese "Eppure voi siete nervosa... felice, e nervosa al tempo istesso.... Che cosa vi accade?".
"Ah! Rodolfo! Ve ne prego, non certo siete qui per farvi tormentare".
"Tormentare!.... Avete dunque un'altra cura nel vostro petto!".
"Sì, Rodolfo".
"E quale?".
"Questa sera al Rosario - vi prego, venite più spesso, vi farebbe assai bene! - ecco, dicevo, al Rosario, io me ne sto a pregare, quando volgo lo sguardo alla statua della Madonna.... Ahimé! Ell'era triste, triste... d'una tristezza inimmaginabile.... Temo qualche sventura!".
"Adelia, guardatemi: è soltanto una statua, un pezzo di pietra. Anche voi credete a tanta superstizione?".
"No... Rodolfo; non è superstizione.... Oh se veniste più spesso in chiesa! notereste che dassenno quella statua ha il potere misterioso di riflettere agli occhi che la guardano gli stati d'animo più profondi, ciò che viaggia per l'aria, sia Angiolo o Demòne. E io, Rodolfo, oggi vidi in lei quella tristezza che c'è quando muore qualcuno.... E poi... non mi credete? Rodolfo, vi prego: credetemi! E poi tra le candele v'erano di quelle da funerale.... Caddi tramortita, quasi svenuta; dissimulai abbastanza ché le comari non s'accorsero di nulla, finsi soltanto del caldo. Ma quando rialzai lo sguardo, ecco... i fumi dei ceri disegnavano salendo per la volta delle lettere.... Iddio abbia pietà di noi: le nostre iniziali!".
"Calmatevi, Adelia... io credo...." ma Rodolfo venne interrotto dalla miseranda foga della fanciulla.
"E dopo... aiuto, vorrei gridare! Sento quei dannati spari, le vostre schioppettate, le carabine dei gendarmi.... Sbianco. Il prete mi dà un'occhiataccia. Dissimulo ancora. Voi... voi siete morto, forse! Vi hanno ferito, o accoltellato... siete caduto prigioniero. Dove siete? Dove siete, Rodolfo?.... Ah! Dinnanzi a me sta il suo fantasima!".
"Diavolo, Adelia! Che dite?.... Placatevi: son io... e sono vivo. Cadde uno dei nostri nell'imboscata. Ma non fui io. Che vi succede? Perché tremate?".
"Avete detta una preghiera per la sua anima...? L'avete detta?.... Non macchiatevi più di così nefaste gesta!".
"Oh Adelia, non v'ha giorno che non prego per i vivi e per i morti.... Ma ripeto: che vi succede?".
"Amato Rodolfo!" esclamò allora la fanciulla con immenso trasporto e immensa gioia, quasi si fosse svegliata da un sogno a occhi aperti "Amato Rodolfo! Voi siete qui, e siete vivo! Fu dunque uno spauracchio il mio!.... Vedete: a volte mi succede... il mio cuore va in apprensione per voi, teme qualche disgrazia, la sventura dietro l'angolo; e quando questo avviene, ecco! tutto mi diventa come un incubo oscuro che mi fa tremare, mi dà degli spasimi insopportabili... manco di ragione. L'avvenire, allora, qui è roseo, lì è buio.... Quanto mistero! E quanta notte!.... Ignorante come sono, a volte mi chiedo perché esista tale mistero e perché esista tale notte. Fa davvero così paura l'Ignoto?".
"Adelia, se non vi conoscessi, avrei paura anch'io di quello che potrei essere, della fine miseranda che avrei potuto fare da tempo.... L'Ignoto fa sempre paura. Non avete mai sognato di scalare il Ghiridone?".
"Sì... da piccola mi accadeva spesso... e...".
"E cosa provavaste?".
"Bellezza, tranquillatà, pace... mi sentivo un po' come un'aquilotta che domina dalla sua cima e vede ogni cosa, i nostri paesi... le nostre valli... così piccole e io, benché insignificante, così grande.... Ma voi lo sognaste?".
"Certo, Adelia!".
"E cosa sentiste?".
"Nulla... soltanto la paura... la paura di non farcela, di rinunziare al Sogno... di salire mezzo sconvolto e consumato per quella vetta e poi... nulla... soltanto qualche roccia e qualche sasso. Sì, diceste bene: l'Ignoto fa paura".
Una volta che ebbe pronunziate queste parole, Rodolfo sorrise ad Adelia, le strinse la destra con la sua. Finalmente la fanciulla si era calmata, accettava la stretta, la carezza con le maschie dita verso il pollice e l'indice. Frattanto il cielo era sempre più scuro, saliva la Notte, si mostrava appena appena la bianca Luna, più scialba del latte che si mungeva nelle stalle e assai di questo più dolce. Allora Rodolfo guardò profondamente l'amata negli occhi e disse: "Vi chiedevate perché esistano il Mistero e la Notte.... Ebbene, io credo per amare. Questo dev'essere la loro profonda essenza. E se non lo è per davvero, almeno concedete che lo sia qui... adesso".
Le loro giovini guance si avvicinarono di più, i nasi si potevano toccare, gli occhi erano affissi tra loro in un etereo abbraccio. Le labbra si schiusero lievemente, con timidezza... e il freddo aere della Notte già condensava i reciproci sospiri in getti impetuosi di finissima nebbiolina. I due innamorati restarono così per molto tempo. Le bocche, ancora timide e vergini, cercavano di incontrarsi... ma alla fine si distaccavano.... Pur vicine, si mandarono dei baci... finsero di baciarsi. Poi, con convinzione e dolce forza, Rodolfo cinse il collo e le spalle di Adelia con un abbraccio, la strinse al petto... la sua guancia destra si attaccò a quella di mancina della fanciulla. E la baciò... la baciò appena sotto l'occhio, con casto trasporto. Né per questo la Luna si vergognò di alluminarli, tant'era etesia la loro passione.
"Per sempre mia" bisbigliò il giovinotto all'orecchio sinistro dell'amata.
"Per sempre mio" ricambiò ella il bisbiglio.
"E vi seguirò dovunque!" esclamò Rodolfo.
"Anch'io!".
E il loro abbraccio perdurò ancora per molto nel silenzio, giacché oramai la profondità delle parole era stata superata e più non valevano gli attimi, gli istanti, i minuti... le ore. Tutto fu Eterno... tutto fu Infinito!
Il giorno dopo, era Domenica; i due innamorati si ritrovarono di meriggio e con un carro di vecchi amici scesero a Melesk, a passare le ore accanto alle cascate. Nulla sembrava poter turbare la pace di questa coppia, né il loro avvenire, pensato e sperato felice. Ma non v'abbiamo gioia che sùbito non sia crudelmente contesa dal Destino. 
Che cos'è questo Destino, oh amici?.... Direste forse che è uno spauracchio, una favola per mettere paura ai bambini che rifiutano di dormire per tempo, oppure, che è una fandonia dei Poeti, i quali vogliono pensare che esista una forza occulta, cieca... mentecatta ma altrettanto sveglia, viva... perversa. Chissà! Forse se diceste così, avreste ragione. Eppure voglio credere che il Destino sia ancor più, qualcosa di tremendamente infernale che, mettiamo il caso fosse visibile, accadrebbe che quanti lo vedessero, potrebbero vedere il Diavolo in persona. V'è, infatti, una crudeltà terribile nascosta nella Natura, nei pensieri... nel cuore nostro, dietro il proverbiale angolo. Del resto, si nasce e si muore. Ecco due saldi pilastri del Destino: la nascita e la Morte. Chi nasce dovrà morire; e non si può morire se non si è nati. I nostri primogenitori, che vollero contendere a Iddio il potere sul nascere e sul morire, furono i primi a soccombere al Destino... a dargli avvio.... Sì, davvero tutto è Vanità; e in ciò che è vano sta il Destino: ora c'è, ora non c'è più. E nulla viene risparmiato, nemmeno l'Amore.
Chi, però, ammirando due gai giovinotti - un uomo e una donna - che si siedono su delle pietre a mo' di scogli, davanti a un piccolo rigonfiamento di un fiumiciattolo, quasi un lago, e a un picco dal quale scende una cascata, metterebbe in guardia costoro circa il Destino che si nasconde impetuoso e terribile? Chi lo farebbe? Chi non chiamerebbe semplicemente e Vita e Amore questa piccola Arcadia di casti sguardi, di delicati abbracci, di dolci e melliflui ischerzi?.... Oh giovinotti! fermate l'attimo fuggente! Morireste felici!.... Ma, purtroppo, non andò così.

Era di nuovo sera; e i nostri innamorati erano appena tornati dalle cascate. Voi, amici, forse riderete; ma davvero in quel luogo, appoggiando i piedi alle acque gelide, essi si guardarono più volte con casto imbarazzo, come se fossero ignudi, mentre di scoperto non avevano che le caviglie. Riflettete, oh amici! su cosa sia l'Amore prima di continuare a leggere questa miseranda cronaca!.... Ma continuiamo. Dicevo. Era di nuovo sera, e i due amanti erano tornati dai loro momenti di spensieratezza.
"Tenete!" disse Rodolfo mettendo nelle mani di Adelia una rosa.
"Oh maraviglia!.... Come... come avete fatto?... insomma, qui non ci sono rose!".
"Nulla di che... giù, a Melesk.... L'ho presa da un giardino... il fiore usciva dal muricciolo...." rispose il giovinotto che con ironia aggiunse "Non ne abbia il proprietario!".
"Vi ringrazio... davvero profuma molto! Grazie!".
"Vi raccomando addio... ora dobbiamo separarci. Ma domani vi aspetto alla stessa ora, qui... come sempre!".
"Addio, Rodolfo".
E di nuovo si abbracciarono, di nuovo vollero baciarsi ma non riuscirono; nuovamente si bisbigliarono le più dolci parole, i più sacri e santi giuramenti. Poi si distaccarono. E per tutta la serata - prima del prossimo incontro - rimase ad Adelia la rosa, da annusare, accarezzare più volte, quale ricordo di una giornata intensa, a Rodolfo la rimembranza di questo dolce e floreale dono d'Amore. 
Ma nello stesso momento in cui essi trascorrevano il loro beato pomeriggio, il vecchio padre di Rodolfo si sentì in dovere di incontrare Hans e di dirgli tutto... ogni cosa: che il figlio era ostinato, che lo disdegnava assai, che non obbediva più al genitore, che non gli importava proprio niente dell'offerta merce vivente. Si incontrarono così, liberamente, senza tanti nascondigli e velami, in una bettola di Ponte Ribellasca. Tutto in regola, anche per la gendarmeria.
Lo Svizzero non era affatto uno stolido, e sapeva benissimo volgere in suo vantaggio ogni possibile sconfitta, anche le perdite; né era dassenno un uomo da inscenare drammi, accuse... ripicche. Infatti, agiva sempre di nascosto, segretamente: se con la bocca proferiva delle parole, con il cuore, invece, ne pensava altre, così come progettava risposte violente da attuare con i fatti. Si diceva che ai tempi dell'occupazione francese egli, essendo segretamente un mancato intellettuale e un ammiratore del pensiero di Rousseau, si fosse arruolato nell'esercito di Napoleone e che, in questa situazione, avesse stretto eterne amicizie con alcuni individui che poi, ai tempi della nostra cronaca, si trovarono a fare da gendarmi. Giravano anche voci che avesse partecipato alla battaglia di Jena e che ivi avesse salvato la vita a più di un futuro sgherro. Del resto, era certo un uomo di grande valore, molto marziale, capace di affettare quell'ironia e quella losca simpatia da cameratismo. Ma non voglio affatto credere che egli avesse imparato la corruzione direttamente dal Buonaparte. Entrambi malvagi, v'era tuttavia un abisso tra la volgarità del gigande svizzero e l'eleganza del mezzo Italiano. Resta il fatto che sì, è vero che Hans aveva degli amici tra i gendarmi, e che bene o male, era uno dei pochi, forse l'unico, che poteva agire liberamente con la sua masnada di contrabbandieri e di criminali; tanto che a Ponte Ribellasca era chiamato "la Spia", perché in molti pensavano che quello fosse il suo vero mestiere. Ma, bando alle fandonie, non era vero; né era un paladino della legge. Semplicemente con le sue abilità - concediamoglielo, da uomo politico - sapeva come mandare alla forca i rivali più pericolosi. Era avido... il più avido di tutti; né viveva di contrabbando per migliorare la sua vita e quella dei suoi, bensì per il semplice desiderio di accumulare danaro, il che contraddiceva la sua ammirazione per Rousseau. Purtuttavia, qualche malalingua asseriva che Hans voleva arrivare ad avere tanta ricchezza quanta necessaria a comprarsi il mondo intero, per poi abolire la proprietà privata e il danaro stesso. Ma noi poco importa di queste sciocchezze.
Fin da bambino, si raccontava, era sempre stato portato per la scuola e per lo studio tanto che già a sette anni sapeva parlare correttamente il Tedesco, il Francese, l'Italiano e i dialetti locali. Per non parlare del Latino, un vero genio: dopo aver ascoltato tre sporadiche volte il Te Deum lo seppe recitare a memoria; e sapeva benissimo dire a cosa alludeva il significato più profondo. A dieci anni, recitava perfettamente von Kleist e von Goethe. Ma la svolta si ebbe quando un anno dopo si avvicinò casualmente a un condannato a morte. Questi gli seppe disfare ogni convinzione religiosa, gli mise in cuore terribilissimi dubbi e gli parlò francamente - dalla grata della cella - di come egli intendesse il mondo. Probabilmente si trattava di un malaugurato intellettuale; ma poco bastò per far interessare Hans alla filosofia. Voleva studiare... proseguire gli studi. Ma come? La sua famiglia non aveva poi chissà quali quattrini. "Allora quel filosofo mi ha detto la verità" ragionava più volte tra sé. Nulla valse a farlo studiare: suo padre lo mise in stalla a lavorare... e duro; tanto che crebbe a suon di ceffoni e di insulti. A volte, però, nel segreto delle notti di festa e d'estate, Hans riusciva a ritrovarsi con alcuni piccoli intellettuali della zona. Gente umile, niente di che, che storpiava perfino le cose studiate (se erano davvero state studiate!). Anni dopo avvenne l'inferno della Rivoluzione e di Napoleone. Poi, tutto d'un tratto, un mese o due dopo Waterloo, ecco che iniziò a vestire il ruolo del contrabbandiere; cosicché si può dire che molto di quest'uomo rimane tuttora nel segreto e che non si conoscono quali ragioni lo avessero portato a vendere e a comprare di contrabbando. Chissà, forse era davvero "la Spia".
"Non preoccupatevi, Guglielmo!.... Vedete, Hans non è arrabbiato!" disse lo Svizzero parlando di se stesso "Del resto, in ballo non v'erano né promesse, né giuramenti.... Anzi, ascoltatemi bene: dovete essere men duro con il vostro figliuolo. Il mondo è colmo di uomini e di donne. Mia figlia andrà sicuramente in sposa a un altro; e vostro figlio non è detto che rimanga fedele alla sua donna".
"Ma mi dispiace, Hans... vedete... anche perché... perché..." provò a dire il vecchio contrabbandiere.
"Perché cosa?" tagliò corto il gigante barbarico.
"Vedete, tra i miei uomini iniziano a girare malegole che parlano male di voi".
"Tutta la valle parla male di me.... Pensate che sia un problema per me?".
"No, Hans. Non lo è!".
"E allora?".
"Ebbene, i miei uomini credono che voi ci abbiate tradito, e teso un'imboscata.... Uno dei nostri è morto... e anche dalle nostre parti girano voci circa delle vostre amicizie.... Ma io, Hans, vi giuro... vi prometto che non ci credo".
"E perché me ne parlate, allora?.... Il capo siete voi, non loro! Sì, può essere che io abbia certi amici tra i gendarmi, ma solo per vedere pendere da un ramo quelli che non mi ubbidiscono. Prendete esempio da me, Guglielmo!".
"Avete ragione.... Ma i miei uomini temono che arrischiarsi con voi sia periglioso".
"Niente affatto, Guglielmo! Adoro i vostri uomini, hanno coraggio e se ne intendono di merci e di profitto.... Quanto abbiamo guadagnato insieme? Tanto. E io sarei così stolido da rinunziare al mio gruzzoletto per far prendere a fucilate un gruppo di cari amici?.... No! Queste malegole debbono finirla, e sùbito!.... Vi sembro il Diavolo?".
"Il Diavolo?.... Davvero è un brutto paragone!".
"Eppure qui le persone dicono che io sia il Diavolo!.... Basta! Finiamola qui! Nulla è cambiato tra di noi e nulla con i vostri uomini. Domani, anzi, vi attendo... ho della merce buona... alla solita ora!".
E tra uno schiamazzo e l'altro, tra una bevuta e l'altra, anche questo intenso e pauroso incontro ebbe termine. Poi, una volta che Gugliemo fu andato via, Hans rimase a lungo seduto al tavolo in quella dannata bettola, atteggiandosi nervosamente con le braccia conserte, come se fosse stato in una lunga attesa... attesa ovviamente di qualche diabolica, demoniaca, infernale illuminazione. Infatti, era stato battuto... si trovava nella pessima situazione in cui, di fatto, qualcheduno lo aveva sconfitto e per di più, inconsapevolmente, lo aveva messo con le spalle contro il muro, giacché le insinuazioni ci furono, e furono anche molte. Bisognava agire, immediatamente! e vendicare l'offesa, l'ingiuria. Così, riflettendo e ripensando più volte, si fece l'idea di tendere un agguato a Gugliemo, al figlio di lui e ai loro compari. Senza sgherri, però! qualcosa di più onorevole per dei banditi.... E se l'insidia non avesse portato l'attesa vendetta, se Rodolfo fosse sopravvissuto, ebbene, lo avrebbe sfidato a duello, sicuro tra l'altro di poter vincerlo e trafiggere, poiché dassenno nella regione non v'era uno spadaccino migliore dello Svizzero. A Hans, del resto, questo bastava: uccidere il figliuolo di Guglielmo, recar dolore nella sua famiglia, scompiglio tra la masnada italica... disperazione, follia e sofferenza eterna alla da lui sconosciuta rivale di sua figlia. Eppure, la coscienza non era del tutto annichilita in questo bruto; giacché continuando a riflettere e a pensare si chiese più di una volta se in fin dei conti non fosse stato meglio lasciar perdere, fingere che non fosse accaduto nulla, e proseguire a trarre qualche profitto dalla banda vigezzina. Ma l'orgoglio e l'onore erano troppo forti in lui da essere ignorati....
Passarono perfino delle ore prima che lo Svizzero si fosse alzato dalla sedia, avesse tracannato per l'ultima volta un liquore, e avesse pagato il conto all'oste. Allora uscì. Eppure un'altra cura più crudele e melanconica lo avvinse sùbito, appena fu all'aria aperta; tanto che dagli occhi gli caddero delle gocciolone di pianto.
Così è la Natura e il suo contatto con noi miserandi esseri umani! Hans andò nella sua stalla, trafficò in un baule, estrasse un vecchio moschetto e lo caricò. Poi se lo mise in spalla, uscì, andò davanti a un recinto, aprì la porticina. Allora prese Hundig, uno dei suoi cani da pastore, il più vecchio di tutti, gli mise il guinzaglio e lo portò fuori, a stento. Il poveraccio, infatti, era così decrepito che zoppicava da tutte le parti, mezzo cieco, con il pelo oramai quasi tutto bianco.
"Andiamo a fare un giro, Hundig!" disse Hans con molta tristezza nel cuore e vergognandosi di mentire "Magari riuscirai a prendere ancora una preda.... Sarà il caso che te la dia da mangiare a te, visto che ne hai più bisogno". E Hundig, sentendo la sua voce, si immobilizzò, gli si rivolse e gli mostrò il più melanconico dei musi animaleschi, che perfino lo Svizzero si sentì quasi male.
Hans trascinò il cane per il sentiero di montagna, raggiunse il bosco. Poi legò l'animale al tronco di un piccolo faggio. Hundig si mise seduto, e guardò il padrone con tristezza, mentre quest'ultimo si allontanava di un poco. Egli prese il moschetto, lo puntò alla bestia... poi, fingendo più volte di premere il grilletto, di scatto, rivolse l'arma al cielo e sparò in alto, facendo assordare l'eco di un terribile e cupo tuono.
"Addio, Hundig! Non riesco.... Volevo farti grazia di una morte veloce e onorevole.... Non riesco! Perdonami se ti abbandono... non posso più portarti con me!.... Spero soltanto che il più presto possibile passerà di qui una vipera, e faccia il suo dovere. Addio, mio fedele amico!". Si volse e cercò di camminare, piangendo, verso il suo paese. In quel momento, infatti, non solo provava tristezza per quella forzata separazione, ma si ricordava anche di quando fu bambino, e suo padre, incurante delle sue suppliche, gli uccise un cane davanti ai suoi occhi soltanto perché giuocando con eccessiva foga, gli aveva morsicato una mano. Quella volta, purtroppo, Hans ricevette perfino due o tre bei schiaffoni, perché continuava a piangere e ad attribuire cattiveria e perfidia al suo genitore.
"Se è vero che io sono cattivo, qualcheduno me lo ha insegnato" si ripeteva adesso. Ma di colpo si rivolse ancora verso il bosco, ritornò da Hundig e lo abbracciò per attimi interminabili. Sembrava che piangessero entrambi. Infine, durante quell'abbraccio, Hans estrasse il suo pugnale e, in qualche modo, lo conficcò nella gola dell'animale. Lo sgozzò, poi lo sciolse e se lo mise in spalla. La vittima seminava sangue da tutte le parti; il carnefice, invece, disperdeva il pianto più amaro. L'unica consolazione per lo Svizzero fu immaginare la medesima sorte per i suoi rivali. Rodolfo doveva morire per davvero!

Quella sera Guglielmo fu molto educato, rispettoso e buono con suo figlio, tanto che durante la cena, per poco non ebbe il coraggio di domandargli perdono; né rinfacciò la sua assenza nel pomeriggio, né si lamentò quando Rodolfo, una volta alzatosi, uscì, probabilmente per andare a trovare la sua amata. 
Adelia si fece chiamare come al solito da una specie di fischio e corse, come sempre, verso le usate rocce. Eppure, non era felice e contenta come prima; anzi, era abbastanza pallida e smorta, tanto che fece preoccupare il suo amato giovinotto.
"Oh Adelia! Dopo questo pomeriggio, voi sbiancate ancora?" egli le chiese.
"Rodolfo! Rodolfo! Aiutatemi... basta! Finitela con i vostri amici fuorilegge!".
"Una volta che avrò la vostra mano, già ve lo giurai più volte, lascerò a mio padre soltanto quest'onere".
"No! Voi non capite!.... Finitela adesso, subito!".
"Ma perché? Che vi prende, ancora?".
"Se ve lo dicessi, non ci credereste!".
"Adelia! Voi siete spaventata... tormentata a morte. Qualunque cosa vi sia successa, ebbene, io ve la leggo in volto. Parlatemi, non temete... e perdonate se spesso esprimo dubbi, specialmente se di mezzo v'è la Fede!".
"Oh Rodolfo! Poco fa... guardando quella rosa che mi avete regalata... no! Non posso, non mi credereste... mi pigliereste per matta, perché io sono matta, non è vero Rodolfo?" disse la fanciulla quasi disperando e accennando singhiozzi e pianto.
"Calmatevi! Ho forse mai detto che voi siete matta? No!.... Ma ditemi, cosa vi è successo?" proseguì il giovinotto prendendola per mano.
"Ebbene, stavo guardando la rosa quando d'un tratto mi sembra che perda il suo colore, che diventi bianca... pallida. Io mi avvicino incredula, penso di sognare, ma sono sveglia.... Non può essere. Sì, per davvero, o Rodolfo, i suoi petali non sono più rossi. Mi spavento, la prendo in mano, la guardo ancora. Nulla! Ed è svanito anche il suo profumo. Quand'ecco che dall'aria vedo che si condensano come stille di sangue, e scendono... colano sulla rosa.... La scaglio per terra, e il fiore si imporpora.... E nello stesso istante, nelle mie orecchie si pinge il suono delle campane funebri, tristissimi rintocchi... suonano due volte: una per un uomo, l'altra per una donna. Oh Rodolfo, non sono pazza! Ho visto davvero questo.... Ma c'è di peggio!.... Quando tutto mi sembra che si sia placato, quando quest'incubo a occhi aperti sembra svanito, io timidamente raccolgo la rosa da terra e la rimetto nel vasetto. Orrore!.... Appena mi giro, un'ombra oscura striscia vicino a me, sta venendo verso i miei piedi.... Era una vipera... una vipera... vi dico!.... Gridai, e svenni! Quando mi svegliai la mia buona nonna era seduta per terra, accanto a me, e mi stava bagnando la fronte. Ora che so che probabilmente fu un incubo e che ho mangiato un poco, sto meglio; ma vi giuro che sono turbata.... Vorrei credere che fosse un sogno. Ma so anche che quel che io vidi vi fu davvero".
"Adelia... amata Adelia! Quello che avete raccontato è terribile.... Vorrei rassicurarvi che fu un incubo... soltanto un incubo, che la vostra mente così vergine e pura, nonché allenata all'ascolto delle più triste fole, riesce a incarnare in qualche modo nella realtà. Non vi rimembrate come, quando eravamo piccoli, voi parlavaste alle fonti dicendo di vedervi delle Ondine, o ai temporali, affermando di scongiurare le Valchirie di non provocare più lampi e tuoni?.... Io per questo vi ho sempre amata, perché voi sapete dare alla realtà le tinte più belle e oscure della fantasia... perché voi fate entrare i Sogni e gli Incubi nella Vita, la quale altrimenti non li accetterebbe. Oh Adelia! Amata Adelia! Una così grande gioia vi è capitata in sorte, essere amata e amare, che le vostre paure così si condensano... giacché voi avete davvero questo insano timore di perdere questa felicità, i nostri cuori, i nostri giuramenti. Ma non fia così!.... Presto saremo dinnanzi all'altare, e con i più santi giuramenti a Iddio, tutta la vostra angoscia avrà termine e saprete vedere il Sole anche dove si troverà soltanto ghiaccio, o Notte... o tenebra".
"Sì, Rodolfo, avete ragione! Io ho paura: paura di perdervi, di perdere me stessa a voi, di non essere degna di voi, di sapervi morto o ferito in una delle vostre dannate scorrerie.... Macché! Parlo a un uomo, a un eroe... non a un bandito!.... Ma resta che questi Sogni mi sono spietati; e così fanno sussultare la mia mente che presto o tardi diventerò davvero pazza. Eppure voi, o Rodolfo, amato Rodolfo, potreste aiutarmi a non averne di più: non andate a vendere di contrabbando, restate con me. Cercate una scusa, fingetevi malato.... Ma non andate più oltre il confine!".
"Adelia! Io sono un uomo d'onore... non posso tradire il giuramento fatto con i miei compari. Ma posso stare attento, tenermi indietro, non certo in prima linea, posso fare quegli che sta ai limiti del bosco per dar man forte al momento giusto o segnalare un pericolo. Questo solo io vi giuro!".
"Ma è poco.... Rodolfo! Se voi cadeste, tutta la mia Vita finirebbe".
"Lo so!.... Ma abbiate fiducia in me, Adelia! Mi metterò nella condizione per cui nulla di grave mi potrà succedere.... Domani andrò ancora con loro, poi, Iddio lo voglia, dirò a mio padre che vi voglio sposare; e allora verrò da vostra nonna e chiederò la vostra mano. Tutto cambierà, ve lo prometto! Abbiate soltanto fiducia in me!".
Ancora per molto tempo i due innamorati si parlarono, stando vicini l'uno con l'altra; e a notte fonda, venne il momento dell'addio... della speranza di rivedersi il giorno dopo, di sera, alla stessa ora. Ma non v'è incubo, o presagio che colpisce una mente pura e ingenua che poi non si avveri!
Il giorno dopo, come aveva promesso all'amata, Rodolfo si tenne in disparte, giusto quel tanto per intravedere la minaccia nascosta, la trappola tesa da Hans: uomini armati che giravano per i boschi tentando di accerchiare la masnada degli Italiani. Allora prese il fucile e, sparando a uno di quei loschi traditori, gridò ai suoi informandoli del pericolo. Poi si nascose dietro dei tronchi e delle rocce, di tanto in tanto caricando e facendo sparare dei colpi. 
In così poco e breve tempo, il confine si tramutò in un campo di battaglia, dove iniziarono a fischiare e a tuonare da tutte le parti e schioppiettate e pallottole d'ogni tipo. A un certo punto dello scontro, quando gli Svizzeri stavano per avere la peggio, spuntò Hans, con le mani in alto e il fucile deposto ai suoi piedi. Gli spari cessarono e si ascoltò la sua voce che invitava a non spargere ulteriore sangue e a risolvere la questione da veri cavalieri, cioè con un duello: offeso e oltraggiato, egli voleva duellare con Rodolfo il quale, senza badare troppo alle parole del padre che lo invitava alla prudenza, accettò di buon grado.
Mentre accadeva tutto questo, Adelia che si trovava a lavorare nella stalla, udendo gli spari, impallidì e uscì immediatamente. Presa da insani timori, corse verso i sentieri di montagna, in direzione del confine. Ormai sembrava non ragionare. Correva e basta; ma correndo, tutto d'un tratto, non solo si perse ma inciampò perfino in una roccia, rimediandone una gran caduta per terra da farsi male, con il volto violentemente appoggiato sulla terra. Ferita e disperata si fece forza di sollevarsi facendo leva con le sue mani; ma mentre si stava rialzando, una vipera nera - come richiamata dall'Inferno e dal più inesorabile dei Fati - scese veloce dal fitto bosco. Le stava passando sopra le mani, quand'ella impaurita urlò ed ebbe un tremito. La serpe, purtroppo, spaventata al par di lei, non trovò altro da fare che morderla alla mano destra e di scappare più veloce di prima, lasciandola in balia del suo Destino... chiaramente di Morte. Nello stesso istante, Rodolfo trafiggeva al petto il miserabile Hans il quale, morendo, lo maledisse bestemmiando Iddio. L'incubo, oramai, sembrava finito: l'infame era morto, la trappola era stata individuata e superata, non c'era più nessun altro capace di opporre ai nostri contrabbandieri un vero pericolo.
Appena ritornato, Rodolfo andò a cercare Adelia; ma né nella stalla né in casa la trovò; anzi, incontrò la nonna di lei che era assai preoccupata. Immediatamente si fece scuro in volto, iniziò a preoccuparsi anch'egli, quand'ecco notò attentamente delle impronte femminili che andavano verso i sentieri di montagna. Senza aspettare i suoi compari, le seguì.
Dopo aver cercato disperatamente e in lungo e in largo per i boschi vicini, salendo un sentiero che portava da tutt'altra parte che verso il confine, con il cuore amareggiato e pieno di angosciosa tristezza, il giovinotto non senza infinita preoccupazione e non senza impallidire per qualche segreto presentimento di sventura notò d'un tratto una sagoma femminile, ancora abbastanza lontana, ma distesa e spasimante al suolo; né poté illudersi più di tanto, o sperare di aver sognato, com'ella era solita fare... ella! ella, che ora Rodolfo vedeva e riconosceva sempre più, man mano che si avvicinava alla miseranda vittima. No! Non v'era più possibilità di appellarsi a un'illusione o a una vana speranza: quella sagoma era Adelia e, sicuramente, non stava per niente bene. Allora il giovinotto, diggià con le lagrime agli occhi e con le guance inumidite e calde di dolore, le corse incontro, urlando il suo nome, giacché egli le vedeva gli spasimi, e i tremori... il petto che respirava in affanni crudeli... le udiva i lamenti, quasi trasognati. Cosa le era successo? Quale potenza dell'Inferno le fece questo?.... No! No! Si sarebbe salvata, di qualunque cosa si fosse trattato... non poteva morire così... sarebbe stato ingiusto, malvagio... perfino per il Demonio. No! Quest'ultimo, il più beffardo dei sogghigni e degli spauracchi, avrebbe rifiutato di far morire una coscienza così giovine e altrettanto ancora inesperta del Male... quantomeno non l'avrebbe fatta morire per cercare di tentarla più avanti, cosa che effettivamente il Diavolo poteva benissimo fare. No! E comunque la Vita e la Morte non dipendono dall'Inferno; indubbiamente Iddio non vorrà mai chiamare a sé una povera, indifesa fanciulla, le cui massime inavvertenze sono i Sogni... gli incubi, una condotta troppo visionaria e fiabesca. Eppure, pensando tra sé e rigirandosi queste congetture, il nostro Rodolfo sapeva bene che non si può comandare al Demonio e al Cielo, che non si può fermare la Morte, fosse anche quella della persona più giovine, umile e indifesa, per le quali cose morire sarebbe un'incredibile ingiustizia.
Giunto vicino a lei, egli la chiamò e le si inginocchio, con un portamento da disperato che, dal volto, sembrava essere lui il vero moribondo. A questo punto, però, cessarono gli spasimi e i lamenti. La fanciulla si era immobilizzata, tanto che, credendola spirata, Rodolfo si mise a piangere. Ma ella si voltò, gli mostrò il suo volto, oramai in parte impallidito, in parte tumefatto, e gli fece un sorriso; poi, come se nulla fosse, si alzò a sedere. La mano destra mostrava il morso della serpe, sicché al suo amato svanì ogni possibile dubbio: fu morsa da una vipera e, con ogni probabilità, ormai era troppo tardi.
"Saluti, Rodolfo... amato Rodolfo!.... Dunque è giunto il nostro più felice giorno.... Siete in ritardo!" disse Adelia con tranquillità e serenità.
"Quale felice giorno?.... Quale?.... Voi state...." fu interrotto.
"Andando in sposa a voi... al mio amato Rodolfo! Oh quanto attesi questo istante!...." e guardò l'innamorato in volto "E voi... voi, cuore così delicato e buono, dalla gioia piangete inchinandovi dinnanzi a me, e concendendomi onori che non merito.... Ma ditemi, cosa tenete nella mano?".
"Adelia... vi prego... voi state....".
"Oh... una rosa, un'altra rosa rossa.... Venite! Cosa aspettate a donarmela?.... La metterò sul mio velo, a farmi da corona nuziale, come solgono le donne più a Nord".
"Adelia, diavolo! qui non v'ho nessuna rosa... state calma!".
"E dunque è così, amato Rodolfo?.... Volete celiare nel momento che antecede le nostre nozze.... Ma non si possono fare questi ischerzi quando tutto è così vistoso!".
"Adelia!...." gridò Rodolfo "l'unica cosa vistosa è che voi....".
"Fermatevi, non proseguite!.... Fa' niente, non volete donarmi sùbito questa rosa.... Ebbene, perdonatemi, la prenderò io dalla vostra mano" e detto questo, ella fece come se stesse prendendo davvero una rosa dalla mano dell'amato e poi come se la stesse portando alla bocca e al naso.
"Oh, che profumo!" proseguì "Davvero non potevate trovare dono migliore per la vostra sposa... solo perdonatemi, se sono stata incauta e non ho atteso come voi volevate".
"Siete perdonata!" le rispose Rodolfo, iscoppiando in lagrime e assecondando la fanciulla, poiché ormai aveva capito che stava delirando e che nulla al mondo avrebbe potuto fermare quel delirio. Del resto, nel profondo del suo cuore, saliva un grido immenso che diceva "Aveva ragione la Madonna, avevano ragione i suoi incubi! E tu, incredulo, non hai prestato fede né alla Vergine, né alle sue paure. Ora ti sei pentito di non aver dato retta. Hai quel che ti meriti!".
"Bravo, Rodolfo!.... Lo sapevo.... Dunque voi mi amate?".
"Vi amo, oh Adelia! Vi amo!".
"E non vi separereste mai e poi mai da me?".
"Mai... ve lo giuro... mai!.... Ma adesso state più calma... così rischiate....". Di colpo, si udirono le campane di Ponte Ribellasca suonar da morto. Probabilmente per Hans.
"Ma perché suonano queste brutte campane, Rodolfo?" domandò turbata la fanciulla che, dopo essersi guardata ed essersi scossa, nuovamente come se si fosse destata da un Sogno, urlò di spavento "Aiuto, Rodolfo... Rodolfo, aiuto! Sto morendo.... No! non può essere! Voi siete qui, vivo, accanto a me... e siete qui per assistere alla mia Morte.... No! No!.... Aiutatemi, fate qualcosa... la ferita... la ferita sarà guaribile.... Dannata vipera!".
"Placatevi, oh Adelia!.... Voi siete in questo stato da molto tempo, né so dire quanto; ma abbastanza per metterci in discussione ogni speranza.... Ma non vi voglio perdere. Così vi chiedo di calmarvi; fatevi prendere in braccio; e io vi porterò sùbito indietro dove avrete le cure necessarie!".
"No... Rodolfo! Avete ragione... è passato troppo tempo.... Sento il fuoco del veleno per ogni vena, mi sento mancare" e così detto, sprofondò a terra, iniziando nuovamente a spasimare "Oh Rodolfo! è lei... è lei!.... Così è giunta la sera del mio ultimo sonno.... Vi prego, vi chiedo una grazia, la più crudele per entrambi: datemi un bacio!".
L'amato si chinò e avvicinò le sue labbra alle sue. Con le lagrime agli occhi la guardò intensamente, poi la baciò. Quando il bacio fu terminato, dell'aria calda sfiorò le labbra del giovinotto. Poi più niente. Oramai Adelia era fredda... era morta. Rodolfo scattò in piedi di colpo, girò come ubriaco di qua e di là. Alla fine si volse verso l'amata. Senza nemmeno pensarci, e senza più senno, prese la pistola dalla cinta, alzò il cane e si sparò. Quando lo raggiunsero i suoi compari e suo padre oramai non c'era più niente da fare. Il Destino aveva mietuto le sue vittime.

Sophie Anderson, Elaine, Tardo-Romanticismo inglese, Seconda Metà del Secolo XIX.

Massimiliano Zaino di Lavezzaro, Mia Registrata, in Dì di Giovedì XV del Mese di Agosto AD MMXIX.

lunedì 12 agosto 2019

Ricordi di Montagna

E voi, vette tumultuose, come foste a me amate e care,
e come mi deste sul volto carezze di gelido

vento, mentre rivolgea il Temporale estivo il suo fosco
sguardo e le sue sì tepidi säette e i suoi tuoni lontani,

dacché forse sognai, bramai udir Valchirie, mie figlie
di nordiche fole! E come voi parlaste ai miei passi,

tra la vagabonda piova che cadde sugli occhi di tante
aguzze pietre, sopra le mute pinete e sulle onde

angosciose dei ponti di legno incostanti sul vacuo
dei baratri profondi! E ora mi rimane nel cuore

il vostro mormorio, le vostre cascate tuonanti,
del Ghiridone il ridente sogghigno selvaggio e sassoso.

Oh! Saluti a te, oh mio Ghiridone, cui l'orizzonte
schiude le sue ale montane sulle valli elvetiche, e cui

l'acqua con le brocche io attinsi! Saluti a voi, laghi argentati
dal Sole dell'Estate... voi, torrenti viscidi... voi

roveti sulle pietraie solitarie e ignude sui vecchi
sentieri sopra i quali camminai frequente pe' boschi

animati d'Agosto!.... E mi prende forte un'insana
doglia: quasi un sentir di nostalgica ombra d'Autunno,

quasi un desio di arrestare l'immenso che scorre nell'attimo
dei Sogni perduti... di un'Estate essa stessa avvinta

dalle fauci della Morte.

Julius Lange, Un Torrente di Montagna, Accademismo tedesco, Seconda Metà del Secolo XIX


Massimiliano Zaino di Lavezzaro, Mia Registrata, in Dì di Lunedì XII del Mese di Agosto AD MMXIX.

mercoledì 10 ottobre 2018

Un Assassinio

Il Signor Carlo era un uomo di mezza età, reduce in qualche modo dall'ultima guerra contro l'Austria, sì... quella che portò all'unificazione e alla proclamazione solenne del Regno. Non che avesse rischiato grosso, insomma.... Del resto, in merito a un po' di danaro derivato da una sua piccola attività nel commercio, egli prestò un comodo servizio presso un vecchio comandante, uno di quelli - pienamente Piemontese e fiero di esserlo - che osservavano le battaglie dalle tende o da qualche riparata altura. Niente da temere! Eppure, nel corso della guerra, Carlo aveva racimolato una bella somma di debiti... debiti di giuoco, intendiamoci bene, di quelli che si fanno con la peggior specie di uomini; e in merito a questa gravissima prodigalità, una volta tornato dai campi di battaglia, dovette fronteggiare la crisi della sua attività. E della sua vita!
La moglie, una donna abbastanza sveglia e informata del mondo tanto da non credergli, comprese fin da subito che quelle somme prese da lui dal patrimonio di famiglia e date ora a questo sergente, ora a quel carabiniere, ora questo, ora a quello non erano affatto dovute alle normali spese militari.... "Normali spese militari?" chiedeva tra sé sbigottita osservando scetticamente il marito. "Ma da quando un soldato paga per andare in guerra?!". No! Il suo caro Carlo stava mentendo, le teneva nascosto qualcosa e, probabilmente, la stava perfino burlando. In fin dei conti, diciamocela, ella era di umili origini, mica come lui che, al contrario, vantava un piccolo titolo nobiliare e una zia ricca... macché, ricchissima. Chi lo avrebbe saputo? Forse egli pensava che, essendo stata una bovara sur di qualche vetta della valle, ella potesse benissimo cascarci... crederci e, ovviamente, sborsare.
"Tu... tu, non mi fai queste cose!" brontolò la moglie dopo cena "Tu non me la racconti mica giusta, sai?.... Che? Credi che io sia una mentecatta?".
"Ma insomma, cara... sono cose che vanno pagate!" rispose lui, asciutto... asciutto, con qualche gocciola di sudore accennata sulla fronte, e con un certo rossore in volto.
"Quali cose?!.... Adesso si paga per correre il rischio di pigliarsi una palla in fronte!.... Bravo... bravo il mio soldato! Un vero cavaliere... che prende in giro la moglie e il suo onore. Bravo!".
"Calmati... ti prego.... Insomma, devi sapere che c'è il medico... il...".
"Il medico un corno!" sbottò la donna "Quale medico del diavolo?!.... Ma se non hai nemmeno un piccolo taglietto e mi sembra che tu sia stato bene... benissimo, a non far niente... lontano da cannoni e carabine!.... Bravo! Infinocchiami pure, tanto poi vengo a scoprire tutto.... Nel frattempo, te lo scordi: io non sborso".
"Ma, cara, Elisabetta cara, se non sborsi, finisco nei guai!".
"Che? Ti hanno sorpreso a fartela con il Tedesco?.... Bravo! Continua così!" ansimò la moglie e dopo un breve silenzio disse: "Allora? Vuoi dire quella sporca verità?".
"Ah ah! Dunque pensi che tuo marito sia un bugiardo?".
"Come se tu non avessi mai raccontato menzogne!.... Andiamo! Fuori la verità... o fra poco arrivano gli schiaffi!".
Carlo rimase un po' sorpreso di queste parole. Infatti, era la prima volta che la moglie gli stesse rinfacciando delle menzogne... di essere uno sporco bugiardo - e purtroppo per lui, lo era davvero! - così come era la prima volta che lo stesse palesemente minacciando di dargliele di santa ragione. Poverino lui! Tra sé e sé pensava "Dammi pure questi schiaffi... e poi vedi!". Quante volte, del resto, aveva sentito parlare di uomini onesti, onorevoli e rispettabili che sapevano conciar per le feste le proprie mogli al momento giusto... qualcheduno, a quanto pare, usava perfino il bastone. Ma quella sera, osservando la sua donna, aveva quasi soggezione, una marea di rimorsi... la coscienza gli gridava furiosamente "Ella ha ragione! Te li meriteresti i mille schiaffoni che ti potrà dare!"... e se ella gli avesse alzate le mani, egli si sarebbe lasciato farsi picchiare. No! Non c'era altra soluzione: o le si diceva la verità, o si andava da qualche altra parte a questuare danaro.
Da qualche altra parte! Ma certo! La zia... la vecchia e ricchissima zia!.... Questa signora, tra l'altro, in quel periodo, si trovava nella sua villetta - la sua residenza estiva, diceva lei! - tra il villaggio di O. e quello di D. Bastava aspettare mezza giornata, presentarsi il giorno dopo di meriggio e chiderle la grazia di avere una sommetta... niente di che, solo qualche migliaia di lire per saldare tutti i debiti e liberarsi dei creditori... quegli strozzini! una volta per tutte. 
Certo! anche a lei non poteva dire la verità. Povera zia se la avesse detta! Cattolica com'era, sarebbe svenuta - o peggio - quando avesse conosciuti i giuochi d'azzardo, le ubriachezze, la mancanza di ogni contegno del miserabile, scemunito nipote... un nipote diggià contestato e contrastato dal fatto del suo sposalizio con una povera bovara. Mica come l'altro... quello che viveva a Milano, un gran signore, un vero politico... il futuro del Regno, un grande uomo che intratteneva relazioni con Manzoni, la Maffei... con Verdi. 

Era sera... nel cuore del tramonto. La zia aveva detto a Carlo di tornare di sera... almeno, così egli credeva di ricordarsi perché, alla fine, la vecchia donna era così loquace, così noiosa e pedante che egli non aveva per niente fatto caso alla maggior parte delle parole da lei pronunziate. La classica vecchietta di una famiglia abbastanza prestigiosa, per certi versi abituata a quel mondo oramai spento dove ci si mettevano le parrucche in testa, i nei finti... ci si incipriava il volto.
Da una finestra, quella che dal salotto dava al piccolo giardinetto di montagna, e un po' al vicino roccioso precipizio, veniva fuori un fioco lume di candela... o di lanterna, il quale prestava diggià a tutto il luogo una parvenza spettrale... cimiteriale, un biglietto di visita con su scritto "Qui abita una vecchia signora prossima alla morte".
Carlo oltrepassò il cancello, rimasto aperto dal pomeriggio... strano, no? Di solito la zia lo chiudeva sùbito, ovviamente da sé. Mica si portava dietro i servi nelle sue vacanze! Era così orgogliosa che pensava a fare tutto da sola, e non voleva mai nemmeno il più minimo degli aiuti: doveva dimostrare di essere ancora in vena, no? Non di essere una vecchia, decrepita e consumata signora reduce di un'epoca tramontata e per sempre finita.
In ogni caso, il miserabile nipote andò alla porta e bussò forte, conscio del fatto che la zia era quasi del tutto sorda, tanto che con lei bisognava urlare per farsi sentire. Niente! Bussò ancora più forte, la chiamò anche gridando. Ancora niente... silenzio assoluto! 
A Carlo salì dunque un'angoscia profonda, oscura, un senso di smarrimento e di paura... quasi una terribile e ben radicata nausea, e iniziò a provare freddo... freddo dappertutto, ovunque... scosse di gelo glaciale alla schiena, alle membra... le gambe gli tremavano... pur non sapendone la cagione, voleva tornare indietro, andare a casa... inginocchiarsi alla moglie e dire tutto, confessare di aver scommesso, giuocato d'azzardo con i peggiori soldatacci di tutti i tempi... chiedere una grazia, un po' di compassione, e... naturalmente, un po' di lire. E tutto questo stato d'angoscia irruppe ancora più tempestoso quando egli osservò come la porta fosse rimasta aperta, così... come l'aveva lasciata di meriggio, dopo essersi congedato. Oh Cielo! La zia non chiude più la porta! è così vecchia? Così prossima al suo fato estremo? Che fare?
Carlo spalancò la porta, ed entrò. Immediatamente l'assalì un lieve ma diggià accennato fetore di vecchiaia e di marciume, misto a qualcosa di acre... di aspro, sì... di ferreo, come sangue. Corse velocemente in salotto e qui, si spaventò. 
Infatti, la zia giaceva a terra, sul pavimento, morta da ore... il volto era tumefatto, come se fosse stata presa a pugni, il labbro era rotto e sanguinante... e i lineamenti... gli sguardi, che sguardi! I suoi occhi sembravano infissi in quelli dell'assassino, e parevano lo supplicasse... lo implorasse di aver pietà. Erano occhi aperti, tristi... pieni di pianto, di stupore dinnanzi a tanta violenza. 
Carlo si lasciò andare, cadde per terra, sulle ginocchia; abbassò il capo, fece un impacciato segno di croce, e piangendo, restò così per molto tempo, forse per ore. Poi, tutto d'un tratto, si alzò e si guardò intorno. Strano! Era tutto come lo aveva lasciato. Tranne che due seggiole, le quali erano state rovesciate, probabilmente dal disgraziato che fece così tanto male... che compì questa azione abominevole e gridante vendetta di fronte a Iddio, ogni cosa era rimasta lì dov'era appena prima che di meriggio il nipote se ne fosse andato via: i mobili... il tavolo; le due tazze di Té sopra di questo... i biscotti. Molto... molto strano, davvero! E Carlo osservò perfino che nella tazza della zia c'era ancora del Té e, spezzato e caduto sul piattino sottostante, c'era un biscotto di cui la metà galleggiava resa in putrida poltiglia nella bevanda. No! il nipote non resse... gli venne una nausea così profonda che, per non star male, cercò nelle sue vesti una fiaschetta di odori e se la mise sùbito al naso. Povero lui!
Inoltre, una marea di pensieri e di ragionamenti gli piombarono addosso, lasciandolo in preda a migliaia e migliaia di macchinazioni e di ipotesi, e annebbiandogli la mente sul da farsi... facendo di lui un uomo inerme, fermo... immobile. Pensava, infatti, che se tutto in quel salotto fosse rimasto davvero così come lui lo aveva visto, se la zia se ne fosse stata a terra, a giacere così tumefatta, e se ci fossero stati sul tavolo quella tazza, quel biscotto e quel putridissimo Té, ciò avrebbe significato per forza che l'assassino, al momento del suo congedo, era in casa, o nel giardino... doveva essere nascosto da qualche parte, pronto a colpire. Forse era un poveraccio... passato di lì per caso: vede un cancello aperto, vede proiettate alla finestra del salotto due ombre che parlano, si nasconde, cerca di origliare... arriva a sapere che lì abita una vecchietta ricchissima... aspetta il momento giusto e poi... sì, ma quale crudeltà! A pugni! Non con un pugnale, non con una pistola... o una carabina... a pugni! 
A questo punto, Carlo iniziò ad andare a vedere nei cassetti de' mobili, a frugare sotto le tovaglie, i tovagliuoli... le posate... a vedere se l'assassino aveva appunto portato via del danaro. Lo sanno tutti che le vecchiette nascondono le lire in tal guisa!
"Ma che sto facendo!" esclamò tra sé il miserabile, fermandosi nel frugare "Non è affar mio... non debbo finire ne' guai.... Che fare, però?". 
De' passi si sentirono provenienti dall'atrio, o almeno, così egli credeva.... Tacque, il suo sangue raggelò.... Udì la porta aprirsi. Diavolo! "Qui c'è ancora qualcheduno". Egli si scuote... corre a un cassetto... sente un rumore che proviene da fuori, nel giardino, come d'uno che stesse fuggendo aprendosi varchi tra rami, fiori e rovi... raggiunge il contenitore di una vecchia pistola, la carica... alza il cane.... C'è un'ombra nel giardino... un'ombra furiosa che da un cespuglio, da una siepe, si alza, si erge contro di lui... lo fissa... lo fissa bieco, è irridente... alza i pugni come minaccia. Carlo spara.
La finestra del salotto, allora, si frantumò in milioni di piccoli pezzi, emanando nell'eco uno spaventoso rumore di vetro rotto e di onnipotente tuono... tuono adirato, proveniente da Iddio... il fulmine della vendetta e della Giustizia. Peccato che là, nel giardino, non vi fosse nessuno! Carlo con cautela andò a osservare dal davanzale... non prima di aver ricaricata l'arma - era, infatti, una pistola del periodo napoleonico, o giù di lì. No! Nessuno. Eppure aveva sentito de' passi, aveva udita la porta... e poi, aveva vista quell'ombra irridente.... No! Qualcheduno stava facendo il furbo... lo stava portando a impazzire... qualcheduno abile nel farsi credere uno spirito demoniaco, crudele... un fantasima assassino dei poverelli; probabilmente qualche rivale della zia - e ne aveva! - o nemico suo. Ahimé! In un solo attimo, si figurò perfino che fosse uno de' suoi aguzzini, dei creditori, che lo aveva trovato... aveva sentito e intuito che la zia lo avrebbe aiutato e così, pensò di agire per bene, per metterlo nei guai, per farlo star male... forse per ucciderlo. No! L'idea era stolida e non poteva reggere... e non era nemmeno un incubo.... Lì, tutto era vero.
Ora, però, Carlo notò sur d'una sedia una lettera che, secondo quanto ricordava non c'era... una lettera aperta... e lasciata lì, come se fosse cagione di dolore e di disperazione. La prese e la lesse. Semplicemente il nipote di Milano si scusava con la zia circa il fatto che per le prossime settimane non sarebbe riuscito a venirla a trovare perché impegnato in certe questioni politiche e parlamentari, inerenti al nuovo governo a Torino. Mah! Carlo aveva letto de' libri in merito... di quelli che andavano di moda in Inghilterra e oltre oceano, e che parlavano di assassini. Chissà, forse il colpevole era il cugino milanese... quel ricco egoista e prepotente! Forse voleva affrettare il momento dell'eredità, e così ideò la lettera, l'espediente.... No! No! "Questa è demenza!" asseriva Carlo, "lo sto accusando semplicemente perché lo disprezzo!".
Ma che fare, adesso?.... Non si poteva per niente far finta di nulla, andare per il prete, far benedire la cara salma e finirla così... anche perché nessun parroco sarebbe stato così sbrigativo da non farsi due domande in merito a quello stato della defunta. Bisognava scendere immediatamente in città, a quest'ora! in piena notte! e informare l'autorità. E se vi fosse in giro un assassino sanguinario? Meglio avvertire sùbito... e meglio scendere armati. 
Così Carlo tenne ben stretta la pistola, prese il suo astuccio, tutto il necessario per farla funzionare per bene... evitò di toccare altro, uscì dalla villetta e si diresse verso la città, dove in lontananza, tra le brume delle montagne e della valle, si intravedeva il campanile secentesco della Madonna del Sangue.

Mai fatto un sentiero di notte... mai affrontati i sentieri, i dislivelli... le rocce, e tutte quelle piccole insidie della natura di montagna... e specialmente, mai entrato ne' boschi notturni! Carlo era tale, e appena inghiottito nella stretta d'una selva alpina, con i canti lugubri delle civette, e tutti gli altri versi animaleschi e rapaci, si sentì invaso e minacciato da presenze inumane... spettrali... sicuramente demoniache. Si sentiva trascinato interiormente da una forza potentissima e sovrumana, una possa da Inferno, prepotentemente insistente e baldante... trascinato da qualche parte... sì, ma appunto, dove? Ogni volta, ogni istante, gli pareva di sentire de' passi altrui farsi avanti insieme con lui... una presenza d'un qualche Dimonio o giù di lì... forse della Morte stessa... di quell'ultima estrema fatalità che, non paga della zia, voleva fors'anche il nipote.
Allora un mondo di superstizioni e di fantasie crudeli e mal represse gli si faceva avanti, lo avvolgeva... e anche di Fede, la voce d'Iddio che lo giudicava e lo condannava per essere uno stolido, un giuocatore d'azzardo... un vile mentitore... uno spergiuro. Era colpa sua... colpa del nipote, se la zia era morta! Se non le avesse mai chiesto del danaro, probabilmente l'assassino non avrebbe udito niente... non avrebbe conosciute le ricchezze della vecchietta... e, sicuramente, non la avrebbe mai uccisa... e in che modo la uccise! A pugni! Questo dettaglio era più crudele e malvagio di tutto il resto, poiché denunziava odio... odio profondo, incolmabile... una rabbia disnibita e istintiva. Una bestia! Una bestia selvatica avrebbe potuto fare questo, un uomo no!
A pugni! E ora la foresta intera, con il suo stormire, con i suoi versi, con le cantiche delle nottole, sembrava prendere a pugni quel miserabile omuncolo che era Carlo... ogni roccia era uno schiaffo, ogni ramo un calcio... qualcheduno lo stava seguendo... lo voleva morto. E più volte il disgraziato prese la pistola, si fermò... la puntò da qualche parte. Poi quando vedeva che non c'era nessuno, la riabbassava... e per il momento, finiva lì. Chissà quante e quali immani tragende si consumarono diggià in que' dannati luoghi silvestri dove le fole popolari si figuravano sguardi di fate da non vedere - perché se visti, avrebbero provocato l'immediato trapasso dello sventurato - bestie feroci e fameliche, spettri vendicativi per qualche torto subìto nel Medioevo!
Per la prima volta dopo lunghi e intensi anni, Carlo iniziò a sussurrare tra sé qualche piccola preghiera... detta a metà, perché in fin de' conti non se ne ricordava più molte.... Tentava con il Pater Noster ma non ce la faceva... con l'Ave Maria nemmeno. Al di là della morte della povera zia, perché mai ogni volta che tentava una preghiera gli riusciva quasi genuinamente il Requiem...? 
Poveraccio! Forse s'era anche perso... ed era arrivato a una sponda - non sapeva quale - del gelido Melezzo; ed era stanco. Allora Carlo si sedette sur d'una grande roccia, sulla riva... e guardò giù. La Luna era alta in cielo, ed era piena. Eppure... no! Non poteva essere! Egli non aveva più un'ombra... un'ombra! la sua!.... Le acque del torrente, infatti, riflettevano al chiaro lunare il bosco, le pietre... tutto, fuorché lui... la sua dannata ombra, la sua miserabile anima peccatrice. 
Si risvegliò come dopo un sogno... dopo un incubo, la sua mente si rischiarì e ricordò ogni cosa che aveva voluto dimenticare tanto fu grande lo spavento e lo sdegno di se stesso. Guardò in basso... le onde erano alte. Si gettò furiosamente dentro; e si lasciò annegare. L'assassino si fece giustizia da solo.

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Johann Heinrich Füssli, Il Sogno del Pastore, Pre-Romanticismo tedesco, 1796



Massimiliano Zaino di Lavezzaro, Mia Registrata, in Dì di Mercoledì X del Mese di Ottobre dell'Anno del Signore Iddio Gesù Cristo, di Grazia, di Fede e di Pace AD MMXVIII.

lunedì 8 ottobre 2018

L'Astinenza

Una fanciullina quasi terrorizzata dalla nuova vita in questo sperduto e dimenticato villaggio.... I suoi occhi, allora, traspiravano un inquieto sentimento di melanconia, un non so che di nostalgico misto a un lontano strale di speranza; e andava a raccontare quella sua esistenza che, trascorsa in una piccola città, era ancora breve e immacolata, oppure semplicemente fragile come una foglia di primavera nel bel mezzo di una tempesta: come poteva resistere alla pioggia scrosciante, alle urla feroci dei tuoni, alla furia dei lampi e alla grandine, così correva il pericolo di staccarsi dal ramo, di precipitare in una pozzanghera o nel fango, e di morire. E chi mai non è stato fragile da bambino?.... Ebbene, una fanciullina che giuocava a correre intorno a un vecchio tronco, e che era sorvegliata da un uomo, sicuramente il padre. 
Una fanciullina! Così se la ricordava il Signor Rodolfo, giovine maestro di scuola che, ogni giorno dei mesi scolastici, passando per irti e sassosi sentieri di montagna, doveva scendere dal villaggio di O. fino alla cittadella sottostante. Lo sguardo sopra la via; gli occhi a contemplare le nebbioline del Gheridone.
Una fanciullina allora insignificante come la comparsa del più inutile degli araldi in più di una di quelle Tragedie che egli aveva poi letto... una femminuccia, sì... carina, gentile, bella, con i suoi modi diggià cittadini... ma pur sempre una femminuccia. Non che odiasse le donne, s'intende; ma Rodolfo non comprendeva bene e non comprese questo strano e bizzarro mistero per cui per ogni specie vi sono il maschio e la femmina... anzi, tutto ciò lo imbarazzava anche. Del resto l'assillo della sua vita fu questo: "Perché esisto? e perché son uomo?".
Sia chiaro, ai tempi egli stesso era un fanciullino; e come tale, innocente, fragile e immacolato. Eppure sentiva un non so che di spirituale così come qualcosa di erotico dinnanzi a una donna; e tutto ciò lo turbava. Forse, di fronte a questa pargolina, si sentiva spinto da qualche forza soprannaturale e sovrumana a un mondo di Angioli, di Cherubini e di Ideali; e, nonostante ciò, già immaginava come potesse essere questa bambina una volta cresciuta: la fragranza dei suoi capelli lisci e corvini, sì, quei capelli che sognava di baciare o dei quali immaginava sciogliere ogni piccola treccia; la sensualità dei suoi occhi; la bellezza di quel petto contro cui il cuore prima o poi avrebbe dovuto battere cadenzato da palpiti di spirito e di carne... e chissà, forse quegli istinti sarebbero stati spesi e spremuti proprio per lui! No! no! Che vergogna pensare e immaginarsi queste cose! Perché mai rendere immonda la fanciullezza spensierata con queste immagini peccaminose?....
E poi la fanciullina, in fin dei conti, in merito a certi vivi campanilismi, era una estranea... una straniera. Benché fosse ella pure del Regno che s'era appena, appena formato, benché l'accento fosse chiaramente di quelli che tuttora si ritrovano nella parte più alta del Piemonte e che molte persone un po' più meridionali prendono sovente in giro, e benché arrivasse soltanto da quella cittadella che stava circa sei miglia più sotto, ebbene, ella era come una straniera... come se fosse arrivata dalla Svizzera, nemmeno quella del confine, ma quella del nucleo più teutonico. 
Giuocarono... sì, di questo Rodolfo si ricordava; e si rimembrava altrettanto attentamente che la fanciullina aveva espresso il fatto che si rendeva conto di essere un'estranea, una da evitare... una con la quale tutti avrebbero giuocato ma senza legami profondi e indistruttibili. Probabilmente, se fosse stato un fanciullo avrebbe spesso richiamato qualche monello dalla città e avrebbe fatto a botte con questi zoticoni di paese... Rodolfo compreso. Probabilmente, il futuro maestrino avrebbe agito in tal guisa; anche se, in realtà, non era proprio quello giusto per fare a pugni con qualcheduno.
Giuocarono, sì... ma dopo quella volta, dopo quella sera di fine agosto, in cui da entrambe le parti serpeggiavano numerose le preoccupazioni per la scuola ventura, dopo quei piccoli momenti di svago e di tensione, non si rividero mai più. Almeno, con il senno di poi e con i più dolci e amari ricordi, Rodolfo pensava che non la avrebbe mai più rivista.
Ora che si sbagliava, però, ora che aveva riconosciuto questa fanciullina in una giovine donna che tutto d'un tratto gli era apparsa in mezzo a' libri e con la quale aveva intessuto brevemente degli elogi ai volumi del Signor Nievo, queste ricordanze gli tornavano in mente tempestose, turbinose... come Furie inesorabili slanciate alla caccia da un Destino non meno misterioso e fors'anche crudele... come se tutto, fin dall'inizio, ossia fin da quell'incontro fanciullesco, fosse stato scritto... scritto a caratteri leggibili per Dio, certo, per un uomo un po' meno.
In ogni caso a Rodolfo sembrava quasi che quella volta, quella sera di fine agosto, la Vita stessa gli si fosse presentata e gli avesse destinata come compagna e sposa quella fanciullina... quella donnicciuola che adesso gli stava di fronte, e che andava ad accennare discorsi su libri e poesie. Che bellezza! Che maraviglia! Ella conosceva molto bene i versi de' bardi inglesi e gli consigliò di leggerne qualcuno; e quasi per incanto, gli parve che ella sapesse bene delle sue inclinazioni poetiche. Sì, quella sera turbolenta d'una passata e lontana estate, era interesse... era amicizia... era Amore il silenzio che intercorse tra i due bambini, ora cresciuti e ora di fronte l'uno all'altra, forse pronti e destinati a un abbraccio inesistente, a una dichiarazione fatta di mute parole. Cosa dissero e cosa avrebbero potuto dire i loro occhi in quei nuovi momenti di riscoperti legami mai esistiti, di forzato Destino, oppure, di Fatalità che li forzava nella morsa sua furiosa, nelle sue fauci dissacranti e demoniache, contrarie a Dio! Cosa disse Rodolfo con il suo sguardo, e cosa ne avrebbe potuto comprendere la giovine donna!.... E tra una piccola e breve critica letteraria e un'altra, il maestrino faceva scorrere fugacemente lo sguardo alle mani della fanciulla, analizzandole ogni dito... in cerca spasmodica e patetica, probabilmente grottesca e ridicola, di qualche pegno d'Amore altrui, d'altrui onore o impegno... d'un anello. Egli, infatti, non si sarebbe mai perdonato di amare una donna già impegnata.... Ciò, pur involontario e nato da ignoranza, sarebbe stato adulterio, un gravissimo peccato dinnanzi a Dio... e Rodolfo aveva molta fede in Dio.
Il prete del villaggio e molti compaesani, non a caso, lo vedevano forse in vesti talari... a entrare in seminario, a consacrarsi. Così anche la Signora M. la proprietaria e l'ostessa della locanda in sulla piazza, quella vicino alla chiesa, dove se un giorno vi fossero capitati de' carabinieri, più di mezza vallata sarebbe finita in prigione, tanto quel luogo era colmo di que' contrabbandieri i quali, giurando con noncurante blasfemia sulla Madonna del Sangue, si figuravano immense imprese oltre i confini. Così perfino il Signor C., un vecchio energumeno di più di ottant'anni, un gigante, diciamo, un contrabbandiere in congedo, il quale maravigliava sempre i giovinetti con la sua incantevole maestria nel maneggiare con semplicità e senza fatica tronchi per i quali la recluta più forte e prestante, al contrario, avrebbe palesato un certo imbarazzo. Ma Rodolfo, silenziosamente, senza rimostranze a costoro, o semplicemente pensando senza riscontro alcuno che queste persone stessero macchinando questi pensieri, non ne voleva poi sapere. Quante inclinazioni aveva all'Amore tra l'uomo e la donna! Quanti passati e sprecati ardori platonici! Sì... un po' gli dispiaceva non essere chiamato da Dio all'altare o al monastero. Si figurava, infatti, che la via della Consacrazione fosse la migliore per la salvezza, per farsi salvare... aveva questa malsana idea per cui un religioso, quando adempisse con semplicità a' suoi più minimi doveri, sarebbe sicuramente salvo. Ma non aveva questa vocazione; e in fin dei conti, andava bene così. 
E ora la sua inclinazione all'Amore iscoppiava prepotentemente ancora una volta nella sua vita. Infatti, quella fanciulla, quel nuovo incontro gli rimasero così impressi nella sua mente che ormai tutto ruotava intorno a questi. I suoi sogni, i suoi desideri orbitavano intorno alla giovinetta sua; i suoi respiri erano davvero respiri se degni di essere sprecati per lei... di essere consumati per sognarla di tenerla a braccetto per le vie o del villaggio o della città, di attenderla furtivamente nel crepuscolo vicino a un bosco, e contemplare con lei la bellezza del tramonto... la melanconia di quelle tinte che invadono il cielo quando il sole decide per natura di essere stanco di alluminare questa parte di mondo, e fugge altrove, pur rimanendo fermo... inesorabile, al centro di un piccolissimo e insignificante sistema... di un sistema, sì, Dio l'ha detto, che non è niente davanti all'Eternità... è pur tutto davanti a un uomo solo, ma poco di fronte a un uomo che stringe a sé la propria donna. Oh potenza dell'Amore! E Rodolfo appunto sognava... sognava il tramonto, l'Universo raccolto in un abbraccio... Iddio che si manifesta nella sua Divinità in un bacio e dice "Adoratemi nell'Amore, oh amici mortali! Accoglietemi nello schiocco silente delle labbra che si incontrano per manifestarvi, l'uno con l'altra, quel tutto me stesso che nascostamente è sempre stato ne' vostri cuori!".... Sognava, ma non agiva! Sperava, ma non combatteva!
Così passò un giorno... una settimana... un mese. Passarono i mesi. Ogni pomeriggio, ogni sera venivano da lui sprecati a cercare volontariamente un incontro... un finto incontro casuale con l'oggetto de' suoi santi desideri: e passava vanamente per la sua via, e l'attendeva vanamente per i sentieri sui quali ella moveva spesso i suoi passi, e l'attendeva di nuovo indarno presso i libri. Nulla! Niente! Lo sforzo era vano... era una Vanità assoluta.
"L'ho perduta! L'ho perduta!" allora esclamava sovente ne' più tetri e velenosi momenti di sconforto e di disperazione... "L'ho perduta!" continuava a dire e a ripetere, i suoi pensieri rivolgendo verso questa persona che, in realtà, non ebbe mai. E si disperava... e a stento fermava le lagrime agli occhi.
"L'ho perduta!" così diceva, dopo che una volta la giovinetta si era ripresentata in mezzo a' libri, ma non si trattenne più di tanto, anzi, fuggì quasi subito via indicando come cagione di tutto ciò l'incomebenza di un oneroso impegno. "L'ho perduta!" ripeteva "Del resto non è stolida, se ne sarà accorta... e non vuole aver nulla a che fare con me"... e mentre sussurrava a sé queste parole, ispirato da una forza occulta, divina o demoniaca che fosse, iniziava a scrivere - e scrisse - poesie profonde, versi in uno stile romantico che la gente eletta avvicinava a Leopardi e che avevano come tema la Gioia... la Gioia di amare, di sognare... di soffrire per tutto questo. Ma non era davvero tutto!
Ora Rodolfo le scrisse una lettera - che avendola nervosamente e stupidamente gettata in uno di que' sentieri da entrambi percorsi, a lei non pervenne mai - in cui si complimentava con lei per certi suoi dipinti ritraenti la bellezza e la serenità della Natura, nelle sue ripetute e sempre belle stagioni; ora si immaginava che ella sarebbe ritornata e allora, quando questo fosse accaduto, sarebbe stato bello metterle un'altra lettera più intima... d'Amore all'interno di un libro, consigliargli quest'ultimo... darglielo e, che Dio ne sostenga! E, ancora, non era tutto....
"Me ne impipo se a settembre inizia la scuola", "Al Demonio i mocciosi e gli ignoranti!", "Mi butti pur fuori a calci un qualche ministro", "No! No! Impegnarsi per cosa?", "E se mentre insegno, proprio in quell'istante, diavolo! ella passasse finalmente dove l'ho sempre attesa?"... queste erano frasi che ultimamente diceva tra sé, e in cuor suo aveva pure propositi di trascurare il mestiere. Rodolfo! Un tipico e proverbiale inetto a vivere... non uno scansafatiche... non uno di quelli che scaldano la propria sedia alle spalle di altri; eppure un pazzo... un folle che si ripeteva che, alla fine, il lavoro non conta niente se non si ha l'Amore. "Venga l'Amore e poi venga il lavoro"... il primo serve per vivere, il secondo per il pane. "Quale de' due è il più importante?". Oh! Certamente tutt'e due... ma un inetto questo non lo sa. In realtà, tale inetto non sa bene che è inutile sfidare il Fato, combattere contro di esso... altrimenti sarebbe un po' presuntuoso, un po' come se si stesse sfidando a duello il Demonio in persona, come se, ignorando la Croce di Cristo, si volesse conciare per le feste questo grande Accusatore... farlo a pezzi, con le proprie mani; e dire prima a se stessi poi a Dio "Ecco! Il Diavolo giace trafitto a' miei piedi!".... Oppure, sarebbe come se si stesse ergendo una spada minacciosa direttamente a un intervento della Provvidenza la quale, tante volte, è solita usarsi del Male per correggere l'uomo e riportarlo sulla buona via. No! L'inetto non sa queste cose... è una specie di mellifluo e contraddittorio egoista aperto all'Altro e alla nullificazione di se stesso... un narcisista all'incontrario... uno che non vuole godere di soffrire eppure si mette nella situazione in cui si soffre e, allora, un po' gode non dico di provare sofferenza ma di essere capace di non rifiutarla.... E Rodolfo, appunto, era un inetto!
Poi cosa dire? Nella sua inettitudine si sentiva anche un miserabile provinciale: sarà stato un maestro, un poeta... ma rimaneva uno stolto abitante di una terra montuosa e sperduta, fuori del mondo e della sua storia. Come poter tessere durature relazioni con una persona che, invece, da' suoi discorsi, traspariva aver veduta l'Europa, le grandi città... l'Inghilterra! La giovine donna, infatti, era stata ad Albione; e lì, Rodolfo la immaginava contemplare le grandi opere letterarie de' vecchi e nuovi bardi, o inchinarsi lievemente e con grazia dinnanzi al passaggio della vecchia amata Vittoria e del seguito suo che, nella vecchiaia, la sorreggeva, oppure tener salotto da qualche Lord, accanto a un'infinità di diversi sapori di Té. No! non poteva minimamente stare vicino a una persona così aperta, europea... acculturata; una persona che, se avesse ella voluto, avrebbe fors'anche fatto dell'insegnamento e della poesia di lui una totale, completa... assoluta maceria... una rovina. No! se Rodolfo fosse stato con lei, le avrebbe certamente rovinata la Vita... l'avrebbe quasi costretta, anche involontariamente, nel silenzio dell'Amore, a un'esistenza ancorata a un villaggio di due capanne e una chiesetta... alla piccolezza di un mondo sconfitto dalla contemporaneità e dal progresso... alla sua visione poetica e bucolica oramai sulla via del tramonto. No! la fanciulla aveva bisogno di incontrare un uomo di città, un grande finanziere, un ambasciatore... o un impresario... un che da Milano l'avrebbe poi portata nel cuore di Parigi, di Londra, di Vienna... di Berlino, che la avrebbe fatta conoscere ne' migliori salotti... per i più prestigiosi e nobili palchi d'Opera. Oh! se questo fosse accaduto! La giovine donna avrebbe potuto acculturarsi ancor di più, coltivare maggiormente qualche vena artistica, e riscoprirsi tra le più alte sfere che reggono l'Umanità!.... No! Rodolfo non poteva fare tutto questo tant'era piccolo e insignificante dinnanzi alla grandezza del mondo e de' suoi uomini!
E poi... tutto quell'argomento scandaloso e fonte di vergogna: i sensi, il loro appagamento! Che fare? Non si è soltanto di spirito! Da una finestra, di notte, traspare un fioco lume. E Rodolfo sa che in quella dimora abitano due nuovi sposi. Se la immagina: una finestra un poco aperta, l'oltre di quello che protegge nascosto da piccole tende; la gaiezza di due sguardi che si osservano naufragandosi l'uno con l'altro; i respiri frementi... agitati, i sospiri; parole sussurrate alle orecchie solleticate da reciproci piccoli, impercettibili morsi; petali di rosse rose al centro delle candide lenzuola; il conflitto di due Anime unite da Dio e separate da due corpi... il gentile scontro di questi ultimi... se ne va la purezza, se ne va l'Amore... Cristo di nuovo è crocifisso... è crocifisso sulla nudità di questo Adamo e di questa Eva... e attende... attende in Croce che possa risorgere da un germe... dal ventre di una donna che perderà il suo nome per farsi chiamare madre... e Cristo risorge... e poi? Tutto si ripete, ricomincia... muore di nuovo crocifisso sopra i vermi di un sepolcro. Oh Umanità! Oh Umanità! lo crocifiggi sempre questo tuo Dio! E allora, "Allontanati, Satana! Allontanati, Satana!". 
Rodolfo si concentra... fa un grande respiro, butta fuori il Demonio e torna a concentrarsi sul mestiere. Addio, Amore, per sempre! Addio, gaia felicità d'amare! Vengano gli impegni... la fatica... il sudore.... l'Amore è sconfitto!
Un giorno, dopo queste tempeste, il maestrino stava camminando in città, placido... sereno. Usciva da scuola; e la lezione da lui impartita ai monelli doveva essere andata bene. Nonostante tutto, lui sì che si impegnava, mica come altri... veri scansafatiche! A un certo punto, lungo una via, incontrò la giovine donna. Un sussulto lo irrigidì... il suo sguardo, il suo corpo... tutto di lui, anche se continuava a camminare, pareva immobilizzato... intorpidito... i suoi rigidi occhi cercavano di guardare in alto... in alto, in cielo.
"Buongiorno, Rodolfo!" gli disse la fanciulla.
"Buongiorno!" egli le rispose con la freddezza di un impiegato che fa vedere i precisi, infallibili conti della giornata al proprio capoufficio.
Egli tira dritto, non riesce nemmeno a volgere un mezzo sguardo per guardarla; ella non sembra poi così tanto colpita... accenna a un sorriso, poi prosegue... proseguono entrambi, per parti opposte. 
Il cuore di Rodolfo piangeva... ma egli non se ne accorse. Prese soltanto coscienza che un'ignobile marea oceanica di imprecazioni represse e mai dette gli scendevano dalla testa, pronte a uscire di forza dalla bocca e a scandalizzare ogni cosa. Ormai la Vita si era drammaticamente separata da lui, ormai era nell'Anima più morto che vivo; e per un'altra definitiva volta, la fanciulla per la quale distillò sogni, desideri e speranze divenne nient'altro che una comparsa... la comparsa di una Tragedia umana per cui Iddio stesso prova un'infinità di dolore.

John Maler Collier, Lady Godiva, Pre-raffaelliti, Tardo-Romanticismo e Simbolismo inglese, Seconda Metà del XIX Secolo


Massimiliano Zaino di Lavezzaro, Mia Registrata, in Dì di Domenica VI del Mese di Ottobre dell'Anno del Signore Iddio Gesù Cristo, di Grazia, di Fede e di Pace AD MMXVIII.