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giovedì 29 agosto 2019

Il Fantasma del Signor G.

Non ebbe finito di salutarlo che il vecchio Michelino, muratore del villaggio, appeso su una traballante scala di legno mezzo marcio e nell'atto di imprimere un chiodo nel muro che stava appena sopra l'immagine di una Madonna, si tirò sull'indice destro una tremenda martellata da non trattenere né gemiti, né urla, benché gli fosse riuscito di non dar sfogo alle bestemmie. Ed ecco lì, passare appena sotto e poco oltre il signor G. con la sua corporatura esile, con il suo ghigno quasi tombale, nonostante fosse stato allegro. Questi era passato di lì, vide l'amico e lo salutò. Ma quell'altro, che probabilmente fu preso di contrabbalzo, nel rispondere al saluto, si voltò con un leggero moto del capo... sì, proprio nel momento in cui stava per dare una bella martellata... e noi sappiamo che la diede a se stesso!.... 
Il signor G., del resto, aveva segretamente una pessima fama, nel senso che, a sua insaputa, i suoi compaesani - anche coloro che gli si professavano amici sinceri - lo schernivano da dietro le spalle, senza che egli ne avesse inteso il benché misero rumore. Ma, poiché nonostante l'opera di alcune crudeli dicerie e di molti anni, noi lo sappiamo e lo diamo per un uomo pio, devoto e santo, così come lo conosciamo come grande benefattore e individuo di buon cuore, viene da chiederci la cagione per la quale costui dovette ottenere una sì immensa orda di chiacchiere infami e diffamanti. 
Di famiglia umile, da giovane, mentre faceva da faccendiere di casa, cioè da barbiere (com'era l'usanza dell'epoca), presso una nobile famiglia di N., e colà lavorava duramente per pagare i suoi studi di ingegneria, essendo stato notato da una soldataglia della Cisalpina, fu arruolato in un reparto come geniere militare. Benché esile, molto debole e cagionevole all'apparenza, non solo si dimostrò un buon inventore e costruttore di mezzi bellici, ma si palesò perfino qual grande combattente. Non era mai stato né bello, né affascinante; eppure, vi fu un tempo, quello delle sue guerre, dove molti Adoni provarono infinita invidia per lui, per le sue glorie militari e per le giovani vivandiere che gli ronzavano intorno, senza che lui si fosse però deciso a coglierne una. Eccellente mangiatore e buon bevitore, non disdegnava il giuoco d'azzardo, appena ve n'era un'occasione: dadi e carte, tutto sulle pelli dei tamburi. E proprio nel giuoco iniziarono i suoi primi problemi; sì, perché tutte le volte che augurava a un amico o a un nemico una buona mano, ebbene, quegli ne aveva una così pessima da perdere sempre... il che presto portò sulla difensiva i suoi compagni giuocatori, sicché quando faceva questi auguri, quest'altri piuttosto passavano o lasciavano addirittura. Vi fu chi lo chiamò baro, altri lo pensarono mago, molt'altri ancora, il solito iettatore. Purtuttavia, egli rideva di tutte queste cose e, con le sue risate, portava così tanta gaiezza che nessuno alla fine gli tolse il saluto o rifiutò di misurarsi con lui.
Di animo bonario, di lingua faconda e di indole ischerzosa, una volta per poco non finì nei guai... in seri guai. Imperversava, allora, l'ultima campagna di Buonaparte in Italia; e la battaglia contro gli stramaledetti Austriaci era sempre più vicina. Una notte, per ischerzare, svegliatosi nel profondo delle tenebre, ebbe l'ardire di portar via gli stivali di un'intera compagnia di Cacciatori e di ammucchiarli nella sua tenda; ma fattosi giorno, una volta che si svegliarono i guerrieri e si accorsero che i loro calzari erano spariti, iscoppiò il putiferio. Dovette quindi intervenire il loro comandante, il sergente de Ain, conosciuto e chiamato da tutti con il nomignolo di "Boia di Lione", poiché era solito vantarsi più volte di come durante la Rivoluzione avesse tagliato la testa a molte persone indesiderate per la Repubblica, e di come avesse avuta in quest'opere una tecnica magistrale. Da giovane costui studiò l'arte della guerra un po' in Francia e un po' in Prussia, donde ne trasse una disciplina ferrea e brutale che più volte fu richiamata a quanto sembra perfino da Napoleone. Infatti, dopo aver concesso libero sfogo a due o tre dei suoi sgherri, i quali tiravano senza pietà dei bei pugni e degli altrettanto bei calci, era solito - come prevedeva la rigidità prussiana - far scorrere il malcapitato tra due fila di soldati, dai quali riceveva vergate da destra e da manca. Poi, come atto di pietà, concedeva la fucilazione, tranne che una volta, quando di nascosto, dopo averlo fatto torturare per bene, fece legare a un albero un povero prigioniero tedesco e lo fece morire di inedia. Ora il destino del signor G. era legato a costui, il quale, scoperto quasi sùbito il colpevole, diggià si preparava per annientarlo, tra l'altro dopo averlo tacciato perfino come disertore... come uno che voleva rallentare l'esercito. Per fortuna le preghiere degli stessi Cacciatori che furono vittime dell'ischerzo, l'ilarità che si stava espandendo nel campo, e la calma e la rassegnazione del poveretto, indussero al sergente di non agire. Del resto, quel disgraziato sarebbe stato sicuramente ucciso in battaglia, tant'era esile, e così avrebbe pagato il suo ardimento.
Eppure, a riguardo di questo fatto, iniziarono a farsi strada certe voci: che il signor G. fosse stato salvato per ordine diretto di Buonaparte, il quale, così dissero poi alcuni inservienti, rischiò di strozzarsi dalle risate una volta che ebbe sentita la storia dell'ischerzo mentre stava bevendo. Ma ci fu anche chi mise in giro la voce per cui il disgraziato sarebbe stato dassenno torturato e fucilato e che, per incanto, quello che si vedeva sarebbe stato nient'altro che il suo fantasma oppure un automa ben fatto, con i suoi lineamenti, e con la sua Anima.
Fatto sta che finite le battaglie in suolo italiano, benché fosse stato esautorato dal servizio militare, il nostro G. - a detta di molti - colpì ancora con la sua presunta o tale arte oscura; e fece ciò all'indomani di Waterloo. Del resto, è palese a tutti come, non appena Buonaparte tornò dall'esilio all'Elba, quest'uomo tacciato di essere uno iettatore avesse osato suggerire a un giovinotto suo amico la scommessa più stramba di tutte le epoche: puntare una somma di danaro sulla vittoria di Napoleone contro la nuova coalizione. Ora, i nostri lettori, con il senno di poi, troveranno diggià divertente questa geniale trovata; e probabilmente si faranno scappare qualche sorriso, o penseranno che il nostro racconto non sia poi così serio. Ma all'epoca, ovvero nella primavera del 1815, niente di tutto questo avrebbe fatto sorridere, giacché Buonaparte restava una vera e propria minaccia, e ben pochi avrebbero pensato in una sua sconfitta, per di più totale. G. conosceva quel giovine scapestrato, sempre in cerca di danaro; e, pur avendo nel frattempo nutrito del disprezzo per i Francesi, gli consigliò quello strano giuoco d'azzardo. Fu il giovinotto a esagerare, e a impegnare una somma assurda con un uffiziale dei carabinieri, un tale che frequentava le bettole peggiori e si prestava alle imprese più becere. Scommise più di quanto poi avrebbe potuto pagare; e il carabiniere non era di quella pasta da farsi impietosire e da non ritirare il premio a lui dovuto. Così, quando d'estate giunse la nuova della disfatta francese a Waterloo, il poveraccio si ritrovò a dover saldare un conto che non si poteva permettere. Fattosi coraggio, lo disse chiaramente al suo rivale il quale, dopo una lite, non ebbe altra pietà che schiaffeggiarlo con il guanto bianco della disfida. Era finita!.... Ma il giovinotto volle almeno raccontare l'evento al signor G., che senza dire alcunché, pensò di sistemare le cose a modo suo. Il giorno stabilito per il duello, dopo essersi proposto come testimonio, riuscì a chiudere dentro il suo amico in una stanza; e con una borsa piena di danaro si presentò all'uffiziale. Quest'ultimo era così furibondo, così offeso nell'onore e così bramoso di vendetta e di ricchezza, che appena vide lo strano individuo sguainò violentemente la spada, nonostante le rimostranze d'un dottore venuto a testimoniare per lui; ma proprio quando l'acciaro era ignudo e luccicante, l'arma si ruppe miracolosamente in due. Sbigottito e preoccupato, il carabiniere ne lanciò l'elsa verso G. che la evitò senza nemmeno battere le ciglia.
"Chi siete...? E che diavolo volete?.... Uccidetemi e basta! Ma dite al vostro amico che è e resterà un vigliacco... un codardo... uno spergiuro!" ansimò a G.
"Uccidervi? Neanche per sogno!.... Vengo a saldare il debito.... Tutto qui!".
"Tutto qui?.... E che me ne farei del vostro danaro?".
"Oh bella! Le medesime cose che avreste fatto con quello del mio amico!".
"Ma perché voi?.... Siete forse suo fratello?".
"Niente affatto! Ma sono l'uomo che gli ha consigliato quella dannata scommessa con voi. E giacché sono stato io la causa di tutto, io... soltanto io, debbo pagare.... Ho perfino raddoppiata la somma, così se siete fortunato vi potrete ricomprare una spada. Mi dispiace per il vostro incidente".
Seguirono allora degli attimi interminabili di silenzio, durante i quali il carabiniere osservava G. con curiosità e con occhi perplessi e indagatori, mentre l'altro restava fermo, accennando alcuni brevi e amorevoli sorrisi. Alla fine l'uffiziale accettò, a patto di non rivedere mai più né uno né l'altro; e presasi la borsa, se ne andò sùbito, senza nemmeno dare qualcosa al dottore suo testimonio, il quale per un attimo restò a guardare i due signorotti con un'aria becera quasi come se volesse dire "E per me, signori, non v'è niente?".
In ogni caso, grazie alla generosità del signor G. il giovine scapestrato gli divenne sempre più amico, e una sera gli presentò anche la sorella, una bella fanciulla, cantatrice d'Opera, benché pur essendo un'ottima esecutrice non avesse avuta un'eccessiva venatura artistica e teatrale. I due si piacquero immediatamente e, con piccoli gesti quotidiani, alla fine, si scoprirono d'amarsi profondamente, e nel giro di tre anni si sposarono.
Frattanto Iddio volle che le guerre fossero finite, e il nostro G., per l'appunto, si salvò, e da salvato fece anche quell'opera di generosità di cui abbiamo narrato... a differenza del sergente de Ain: una sera, verso il declino di Napoleone, in un accampamento vicino a Jena, si sentì un tuono provenire dalla sua tenda. Quando i suoi soldati entrarono, lo videro morto suicida, con la pistola alle tempia e con il volto solcato dalle lagrime. Sopra il tavolo, attorno a lui, nel suo stesso sangue, furono trovate le più belle lettere d'Amore che un guerriero avesse mai scritto: alla vecchia mamma, alla moglie, ai figli... righe cocenti e struggenti in cui un infame si pentiva di esserlo stato, e disperava del suo ritorno, ché era assente da anni, nonché del perdono divino, e di mille altre cose.... Era un uomo smorto, pallido, finito... pieno di rimorsi, che di Notte non dormiva più vedendo i volti e i fantasmi delle sue vittime. Decise di farla finita, e si volle consegnare peccatore contro i prossimi e contro se medesimo al Giudizio d'Iddio.
Ma tornando al nostro signor G., una volta tornata la pace, fece per una vita un po' il muratore e un po' il maniscalco; e intanto, come abbiamo accennato, si fece una famiglia. Purtuttavia non mancarono per lui delle forti e inesorabili disgrazie, giacché la primogenita morì improvvisamente di una febbre alta quando aveva due anni. I concittadini, conoscendone il padre e le leggende che giravano a sua insaputa sul suo conto, nonostante gli avessero dimostrato vicinanza e fatte mille e mille manifestazioni di cordoglio, non gli fecero nessuno sconto, e furono molti quelli che asserivano come egli avesse portata sventura perfino sulla sua stessa famiglia, sulla pelle della figlia... come causa della sciagura non fosse stato nessun altro che lui medesimo.
Né il signor G. fu poi così fortunato con il secondogenito, il quale visse un po' più a lungo ma, essendosi innamorato di una delle tre sorelle T., ebbe la disgrazia di entrare in contatto con il fidanzato della maggiore, un uomo di Torino, liberale, amico del principe Carlo Alberto. Quando quest'ultimo cercò di occupare il trono dello zio, purtroppo, tra un mucchio di facinorosi, fu ritrovato e riconosciuto anche il figlio di G., che, apparentemente per fortuna, fu condannato a seguire il malandato usurpatore fino a Cadice. Da là, non ritornò mai più; ne si seppe mai che fine avesse fatta.
Dopo una vita tutto sommato tranquilla, nonostante tali sventure, giunto sulla sessantina, e una volta che si fu arricchito per bene, il signor G. si trasferì ad abitare con la moglie in una casetta in un villaggio di montagna, laddove iniziò a fare delle opere di bene. Eppure, la sua fama di iettatore non venne meno, giacché si notò come al solo pronunziarsi del suo nome capitasse sempre qualche cosa di spiacevole; né lo aiutava il fatto che durante i funerali era sempre lui a portare un cero, a sedersi a vegliare il morto, a seguire le ruote del carro funebre verso il cimitero, a far scivolare la terra sulla bara al momento della sepoltura. Inoltre, con l'età, divenne anche un po' curvo, con delle rughe accentuate sulla fronte, i capelli corvini... gli occhi scuri e penetranti, la pelle lievemente abbronzata, con un non so che di pallido. Conscio dei suoi lutti e del fatto che ormai era sempre attaccato alla sottana di qualche pio prete, si vestiva perfino quasi sempre di nero, tra l'altro seguendo la moda di vent'anni prima. 
Dice la comare a un'altra "L'è arrivato G. che La cercava.... Oh poverino ché non L'ha trovata!", e sùbito una fumina nera dal camino intoppato... e la casa tutta nera per la caligine. Urla, pianti, bestemmie.... 
Dice la mamma al fanciullino che giuoca con un galletto "Tò... arriva il signor G.! Vagli a prendere due uova"... e sùbito il gallo becca il bambino.
"Questo sì che è un campanile! Bella e forte pietra!" sogghigna felice G. verso la chiesetta del villaggio. Di sera, ecco, viene il Temporale, e un fulmine colpisce proprio il campanile e una parte di questo va in frantumi.
E ancora... in piazza due vecchietti stanno proprio parlando di lui, dicono che è un portatore di tragende, arriva il giovine che, stando dietro a uno di loro, dice che non è vero... che il malocchio non esiste... che il signor G. non porta.... Pum! Alzando una mano, il vecchietto che ha davanti, involontariamente, gli dà un gran pugno sui denti da farlo sanguinare.
"Però... bravo il nostro Re! Entro due mesi caccerà i Tedeschi fuor d'Italia e si farà incoronare a Roma" disse G. a mezzo villaggio, un giorno, in piena guerra contro l'Austro-ungarico. Non passarono che pochi giorni, che si seppe la nuova della battaglia di Novara!
Né le cose cambiarono quando dalla città giunse un gruppo di giovinastri scapestrati, i quali erano un po' troppo compromessi con certi liberali, cosicché decisero di andare in un piccolo e vecchio palazzetto al confine con la Svizzera - non si sa mai!.... Volevano attendere di scoprire l'indole del nuovo Re, il quale, a loro insaputa, era evidentemente più attento nell'osservare la biancheria intima delle nobildonne, che i princìpi dello Statuto.
Costoro sentirono fin da sùbito parlare di G. e lo conobbero anche! donde le apparenze confermarono, purtroppo, le voci nascoste del popolo. Una sera, finito un salotto, si stava appunto parlando di quell'uomo.  
"Sì, è dassenno inquietante... sembra uno di quei personaggi gotici da romanzetto inglese!" esclamò madamigella Aloisa.
"Già... perché voi ne avete letti tanti di quei romanzetti, non è vero?" ribattè maliziosetta la pallida e arcigna Rosetta.
"Volete voi forse insinuare qualcosa?".
"Insinuo soltanto che quella volta che entrai in camera vostra per ciarlare un po' con voi, sul vostro comodino ho notata un'edizione di Giustina.... De Sade! Proprio un bel romanzetto da cappezzale... meglio delle Confessioni di quel Santo!" e iscoppiò in una risatina ancor più maliziosa.
"Oh andiamo, Rosetta! Il tempo della censura deve finire.... Si deve leggere di tutto nella Vita; o volete forse mummificarvi come il Papa?" si difese Aloisa.
"Calme... calme... madamigelle.... Non scaldatevi troppo per queste facezie!" esclamò Carlo, il figlio di un ricco banchiere, innamorato di Aloisa, benché dovesse spesso difendersi dagli assalti di Rosetta "E poi si stava discorrendo di G.".
"Comunque non lo trovo poi così inquietante.... Insomma, è soltanto un vegliardo e chissà quante ne ha passate, visti i tempi!" tagliò corto Corradino, un giovinotto piccolo e ben pasciuto che, lievemente liberale, aveva seguito gli amici solo per tentare di fare la corte ad Aloisa e a Rosetta.
"Non lo trovate così inquietante?.... Ma avete ancora gli occhi?" domandò quasi sprezzante Eriberto, fratello di Aloisa... diggià abbastanza stanco di stare circondato da pretendenti presunti o tali della sorella.
"Certo che ho gli occhi... anche se francamente a volte non vorrei averceli!" ribattè tosto il suo interlocutore.
"Almeno se voi non aveste gli occhi!" sospirò lo schizzinoso e guardingo germano.
"Già... non vi vedrei!" esclamò l'altro ridendo di buon gusto "Ma mi dispiacerebbe non vedere altri...."; e detto questo, fu fatto da tutti un giro di occhiatacce; mentre Rosetta iscoppiò nuovamente a ridere.
"Di che ridete, impertinente?" sbottò Aloisa.
"Ma come?.... Non è chiaro?.... Rido di G. ché quell'uomo mi fa ridere assai.... Non capita sovente di aver per le mani un uomo che ha in sé l'arte di seminare la sventura".
"Ma quale sventura! e quale iettatore!" esclamò Corradino "Credereste dassenno a queste facezie di contadini?".
"E perché no?...." proseguì Carlo "i casi narrati parlano da sé; e ho diggià sentite di quelle storie su di lui che di così strane non le avevo mai ascoltate, nemmeno per bocca dei più superstiziosi. Dacché, stando così le cose, mi vien da pensare che qui non vi sia affatto superstizione, ma la verità".
"Bravo, Carlino... bravo! Voi sì che ci avete capito di questa faccenda!" si complimentò Eriberto "Quell'uomo è un periglio... un poco di buono... un lupo che si traveste da agnello, pronto a sbranare la prossima vittima. Ho sentito dire che forse non è nemmeno vivo".
"Non è nemmeno vivo? In che senso, perdonatemi?" domandò Aloisa sbiancando lievemente.
"Che non è vivo.... Che altro significa. Se non è vivo, per forza di cose è morto" rispose Carlo, tra la serietà e l'ischerzo.
"Non c'è da ischerzare, amico!" tagliò corto Eriberto "Non è davvero vivo, secondo alcune voci".
"Cioè?" chiese accennando una risata il povero Corradino.
"Cioè... cioè! Ma ci capite?.... Non essendo vivo, come ha detto Carlino, è morto; e se fosse vero che è morto, allora quello che noi vediamo sarebbe il suo fantasima... comprendete? Il suo spettro.... Quell'uomo resta comunque un Dimonio e sicuramente ha fatto il patto con il Diavolo.... Ridete ancora?.... Io l'ho visto... l'ho visto salutare un mungitore e augurargli la buona sorte. Non passò che un istante, che la vacca scalciò, e scalciando, non solo gli ruppe il braccio, ma versò a terra tutto il latte che egli aveva munto.... Ero lì presente e ho visto".
"Ma tacete... ragionate voi, che siete un po' intellettuale!" ansimò quasi imperioso Corradino "Quello che narrate è solo Caso... coincidenza... un semplice incidente".
"Sì, un Caso che guardate un po' colpisce sempre dopo la comparsa di quel vegliardo!" aggiunse Aloisa "Anch'io ho sentito dire che quel Dimonio miete una marea di vittime. L'altro ieri, Marcellino, un cacciatore, se ne stava ritto in piedi a riposare con le mani conserte sopra il suo fucile. Ebbene, cosa succede secondo voi?.... G. passa, lo saluta; e com'era prevedibile, parte una fucilata. Il poveraccio adesso è a letto con le braccia perforate, e ogni volta che va il dottore o che qualcheduno lo vieni a trovare urla un'infinità di bestemmie contro un Dimonio.... Dicono che un braccio gli verrà amputato".
"Andiamo, anche voi, Aloisa!" disse Corradino facendole gli occhi dolci "Ragionate: il cane era tirato. Probabilmente, tornato dalla caccia, Marcellino non lo aveva sistemato... un soffio di vento, o un moto fortuito avrà premuto il grilletto, ed ecco che tutto è spiegato".
"Può benissimo essere così come dite" disse Carlo "ma resta il fatto che è accaduto proprio nel momento in cui quel corvo stava passando".
"E Michelina, allora?" domandò d'un tratto Rosetta.
"Chi? Quella ciarliera?" chiese Aloisa "Che è successo?".
"Ve lo dico io cos'è successo!" rispose l'altra fanciulla "Aveva sul caminetto la cena per lei, il marito e i figliuoli quando, fuori di casa, G. la incontra e la tiene a parlare per ben tre ore.... Il Dimonio, si sa, è facondo. Ebbene, come finisce, secondo voi? La cena è bruciata... il marito è arrabbiato, le dà due o tre schiaffoni... i pargoletti piangono".
"Ma se quella parla a vanvera con chiunque che colpa ne ha G.?" domandò Corradino.
"Sempre voi state a difenderlo... sempre!" gridò quasi adirato Eriberto "Ora vi dirò questo: prima che noi venissimo qui, qualche settimana fa, passa per il villaggio un vecchio vagabondo. Dall'accento è un dannato Francese. A quanto pare, faceva parte di un corpo della Cisalpina e conosce bene il signor G. Egli avrebbe raccontato a tutti come il vostro amico, caro Corradino, lo avesse illuso più di una volta facendogli sperare in un bellissimo ritorno in Francia, tra i suoi cari. Ebbene, quando questi fa ritorno in patria, cosa trova secondo voi?.... Ve lo dico tosto: i genitori sono morti, la sorella è impazzita ed è stata rinchiusa, la moglie lo ha tradito... i figli manco lo riconoscono; e il fratello s'è preso una brutta sifilide che, nel giro di un mese, tira le cuoia".
"Caso, caro Eriberto... Caso, nient'altro che Caso!" esclamò calmo e razionale il povero Corradino "Quello che è successo può sempre succedere a un soldato; e se a G. va rimproverato qualcosa, allora gli si dovrebbe consigliare di non illudere le persone in situazioni che, come la guerra e la vita militare, non lasciano spazio ai Sogni".
"Lasciamo perdere... volete sempre negare l'evidenza! Ma sentite ancora" aggiunse Eriberto "Girano voci che G. abbia portato male perfino alla prole e che soltanto la consorte riesca a resistere alla sua arte. Inoltre, sappiate che costui avrebbe raccontata la storia di una sua prodezza generosa; cioè, avrebbe salvato un amico da un perfido aguzzino, un uffiziale dei carabinieri. Non ci credereste mai, ma io lo conosco... conosco questo prode; e mi aveva raccontato come da giovine si sia prestato a una strana scommessa dove, il rivale, avrebbe puntato una cifra assurda sulla vittoria di Napoleone a Waterloo. Il mandante, tirando le somme, sarebbe stato G..... Ora, vedete, perfino a Buonaparte quell'uomo fu fatale".
"Idiozie!" esclamò Corradino.
"Ma proprio non volete credere a Eriberto, vero?" gli domandò Aloisa.
"Vi prego, lasciatelo stare... lasciatelo perdere" le rispose sùbito Carlo, con un non so che di gelosia.
Così la serata stava passando tra queste chiacchiere e tra i sospetti che vertevano gli ardori giovanili degli uni e degli altri; quando d'un tratto, qualcheduno bussò alla porta... dei tocchi leggeri, sottili, dati con eleganza.
"Qualcuno bussa" disse preoccupata Rosetta.
"A quest'ora? Chi sarà mai?" domandò Aloisa.
"Quando fosse G., cari amici, sarebbe un uomo morto" ansimò Eriberto maneggiando un astuccio di pistola.
"Oh placatevi, amico mio!" gli esclamò Corradino, cui Carlo seguì con un cenno di consenso.
"Intanto bussano ancora! Chi va ad aprire?" domandò quest'ultimo.
"Vado io... non si sa mai, non vorrei che si esagerasse...." disse Corradino che, alzatosi, andò ad aprire.
Sull'uscio del piccolo palazzo di montagna stava un distinto signore, elegantemente vestito, con un volto bonario, amichevole e affettato di cortesia. Si presentò immediatamente come un esule e chiedeva di passare la notte tra quei signorotti che, a differenza del popolo circostante, gli sembravano più vicini alla sua agiata condizione. Corradino non ebbe allora esitazione alcuna e lo introdusse in casa presentandolo agli altri.
"Amici, ecco... vedete: è un buon signore, esule come noi.... Non v'è nulla da temere!". In quel momento, infatti, tutti erano diventati abbastanza pallidi, intimoriti e preoccupati da sembrare più morti che vivi.
"Buonasera a voi, miei cari!" debuttò l'elegante ospitato "Lor signori mi permetteranno forse di annottare qui, invece che in qualche osteria o peggio ancora in qualche stalla, laddove nulla v'è di consono alla nostra condizione di signori".
"Certamente... siete il benvenuto, signor?" tagliò corto Carlo.
"Isidoro... conte di A., Piemontese e patriota" rispose il nuovo arrivato che aggiunse "Veggo che s'è appena consumato un salotto, come s'era soliti fare nella mia dimora, sul lago Maggiore".
"Ma se volete potete sempre favorire un bicchiere" disse Corradino.
"Si tratta di un buon passito! Lo gradireste?" chiese Eriberto maneggiando una bottiglia ben lavorata.
"No, grazie... non a quest'ora. Forse voi ridereste di questo, cioè di un uomo della mia schiatta così poco propenso a far festa, ma a me non piace molto bevere; tant'è che dei miei salotti mi mancano soltanto le musiche, le chiacchiere e le donne. Ma veggo che anche a voi, non manca nulla" e accennò alle due fanciulle.
"Aloisa di M., baronessa, per servirvi!".
"Rosetta di V., marchesina!".
"Oh care, amabili, bellissime figliuole! Perdonerete voi tutti se all'esule scende una lagrima amara, se io mirando loro, vado a ripensare alle mie figlie, belle e raggianti come loro... come siete voi! Eppure, che cos'è questo pallore che avete un po' tutti?.... Avreste forse terrore di me, un miserabile che con Novara ha perduto tutto, la Patria, la Famiglia... ogni cosa?".
"No di certo, signor conte! è... è che qui, insomma" rispose Aloisa "si stava discorrendo di un individuo un po' istrano, sul quale pendono certe leggende....".
"La mia amica vuol dire che stavamo discorrendo di fantasimi" la corresse Rosetta.
"Di fantasimi?...." domandò perplesso Isidoro.
"Sì, proprio così... di fantasimi, signore!" esclamò bonario e impetuoso Eriberto.
"Come quelli che i miei pargolini imitavano di notte con le lenzuola?" chiese sorridendo e trasognato l'ospitato.
"Sì... no, pressappoco!" rispose Carlo.
"Pressappoco?".
"Sì, signor conte. Vedete" disse Corradino "qui, nel villaggio sottostante v'è un tizio che si dice porti sventura, e che il Caso, giuocando brutti ischerzi contro di lui, sembra confermare nella veste di iettatore. Penso sia ridevole: in molti sono quelli che lo credono un fantasima. Ma io no, non credo sia possibile".
"E, lor signori mi scuseranno, potrei avere l'onore di fare la sua conoscenza?".
"Sì!" esclamò Corradino.
"No!" ansimò Eriberto "Non mi sembra per niente prudente. Anche posto che quegli non fosse un fantasima, resta il fatto che vi porterebbe qualche immensa sciagura o qualche dispiacere. Signor Isidoro, fate come volete, ma non mi sembra una decisione da prendere. Chiunque lo abbia conosciuto a qualche malore suo o altrui da imputargli".
"E voi, giovinotti di questo secolo, credete forse a queste diavolerie?".
"Bravo, signor conte!.... Ho trascorsa tutta la sera a dire le vostre istesse parole" sbottò Corradino.
"Del resto, amici cari, i fantasimi non esistono se non nei romanzetti" aggiunse il conte con un sorriso bonario e paterno.
"Vedete, ve l'ho detto!" sussurrò Aloisa a Rosetta.
"In ogni caso, per allontanare da voi ogni altro sospetto, dassenno sono disposto a far conoscenza di questo individuo il quale, può essere, che contro le vostre aspettative sia per noi perfino portatore di una qualche gioia".
"No, conte... desistete!" gridò preoccupato Eriberto "Non conviene andarsi a rovinare per questa vostra curiosità. Va bene! Non è un fantasima. Posso essere d'accordo. Sono d'accordo!" esclamò poi quasi cercando di convincere se stesso "Ma voi ignorate davvero che basta pronunziare il suo nome per averne in cambio una sventura, piccola o immane che sia. Noi, signor conte, siamo tutti esuli, e abbiamo diggià perduto molto; tant'è che forse domani o dopo dovremmo tutti andarcene in Svizzera, a marcire da quei mezzi Tedeschi. Con ciò, permettetemi, voglio dirvi che non possiamo permetterci di disfidare la Sorte e di giuocare con il fuoco. Intendete?".
"Intendo.... Ma voi tutti, giovinotti di buone famiglie e grado, credete dassenno a questa superstizione che trasuda da ogni parte a riguardo di questo signor G.?".
"Indubbiamente!" esclamò Carlo.
"Fuor di ogni dubbio!" gli andò dietro Eriberto, mentre le fanciulle annuivano.
"Neanche per sogno!" contrastò Corradino "Sono delle semplici leggende popolari. Questi che ci vivono attorno sono capaci di dire di aver visto il Demonio, oppure un qualsiasi altro Mostro. Sono portati per loro stessa natura a esagerare... a dire cose non vere... a tessere e a formulare pettegolezzi. Poi che il Caso si diverta a dar loro ragione, ebbene, questo, signor conte, è tutt'altra cosa; ma il vecchio G. non è né un fantasima, né uno iettatore... e nemmeno un individuo diabolico e pericoloso. Anzi, alcuni dicono che fa pure del bene. Non tutti sono così pazzi da credere che egli sia uno spettro infernale".
"Ancora con queste storie!" sbottò Eriberto "Signor Isidoro, non gli prestate troppa fede.... Io vi dico che quell'uomo porta male; e di non andarlo a incontrare per nessuna ragione. In ogni caso, fate pure come volete; ma se vi dovesse succedere qualche cosa di spiacevole, ecco, non dovreste azzardarvi di dire che nessuno vi aveva avvertito".
"Non preoccupatevi, giovinotto.... So decidere bene per me" gli rispose il conte che aggiunse "Ma poiché vedo degli animi assai tanto tesi per via di questa vicenda, sentitemi, lor signori. Se per far migliore conoscenza tra di noi, dimani, di buon'ora, andassimo a fare una passeggiata per le montagne? dove ovviamente saremmo lontani da questi luoghi e dal signor G.?".
Nonostante inizialmente la proposta di Isidoro non fosse poi così tanto piaciuta, ragionandoci più volte, alla fine, si vide in essa un'ottima idea, e furono le fanciulle le prime a spingere per attuare quella geniale trovata che, ovviamente, per far loro piacere, fu immediatamente approvata anche da tutti gli altri. Per questo, dopo le ultime battute e gli ultimi scambi di saluti convenzionali, questa stramba compagnia si congedò e andò a riposare. 
Effettivamente Corradino non aveva poi così tanti torti in quanto fu l'unico a comprendere che dietro le strane coincidenze che facevano indicare in G. uno iettatore non v'era nient'altro che il Caso. Inoltre aveva ragione quando asseriva che quel poveretto nascostamente insultato da molti era a detta di alcuni un uomo buono, quasi un santo vivente. Era più che altro la signora Angelica, una specie di maestra in un villaggio che non aveva nemmeno la scuola. Ella, una volta, scorse Giovannino, un monello di dieci anni, che, postosi sul ciglio di un burrone, iniziò a saltare più volte gridando a squarciagola il nome di G. dinnanzi ai suoi compari. Povero malandrino: fu preso per le orecchie, trascinato nel salotto della maestrina, fatto sedere... subì un oremus di un'ora e mezza; e per altre quattro ore, dacché insisteva a fare lo stolido, fu costretto a rimanere inchiodato alla sedia e a essere fissato dalla maestrina la quale, per pietà, gli aveva messo soltanto una brocca per l'acqua, un bicchiere per bere e una bacinella per risciacquarsi la faccia resa paonazza prima dalla rabbia, poi dalla vergogna. Restò così per davvero molto tempo, finché non ebbe il coraggio di confessare tutta la sua stupidità, di esserne mortificato e di promettere di non fare più nulla del genere.
Anche l'oste del villaggio era abbastanza favorevole al signor G., poiché in molti casi lo aveva aiutato a saldare i conti con qualche furbacchione, situazioni in cui il nostro amico aveva sempre la generosità di pagare di sue tasche al posto del malcapitato avventore. Una volta, mentre era al bancone, costui udì un uomo, che diggià non gli stava nelle grazie, mentre discorreva male di G. Ora, il poveraccio si era fatta la fama di essere sempre stato un astemio, cosa che all'oste non poteva tanto piacere. Le voci di popolo vogliono che quest'ultimo avesse alzato di peso la malalingua, l'avesse portata dietro, in cucina e, preso e puntatogli un fucile, lo avesse costretto a ubriacarsi, facendogli poi pagare il conto.
Ma ritorniamo ai nostri giovinotti i quali, di buon mattino, si destarono e si prepararono per la passeggiata con il conte Isidoro. Non appena furono usciti dal loro misero palazzetto di montagna, quasi un miglio più lontano del villaggio sottostante, ebbero in sorte di vedersi passare il famigerato signor G., il quale li salutò anche ma, intendendo che qualcheduno di loro stava parlando al conte, fece uno sguardo perplesso, quasi interrogatorio. Ovviamente vestiva di nero, e la sua figura e il suo portamento ora sembravano palesargli una specie di curvatura all'ischiena, quasi una piccola gobba. Resta il fatto che domandò: 
"Signorotti, con chi state parlando?".
"Come con chi stiamo parlando?.... Lo vedete anche voi" rispose Eriberto "Con il signor conte".
"Già, e voi, signore, non lo state per niente onorando come a lui dovuto e come forse non avete nemmanco fatto con noi" aggiunse arcigna Rosetta.
"Uff..." disse quasi sorridendo e senza malizia alcuna il presunto iettatore "Questi giovini signori... sono sempre gli stessi, non cambiano mai!.... Carissimi, mi dispiace; e per questo vi saluto. I miei ossequi!" e detto questo accennò un inchino; poi se ne tornò per la sua strada pensando tra sé e sé che quei tali fossero forse ubriachi fradici e che, per qualche istrana e occulta ragione, stessero delirando. 
"Perdonatelo, signor Isidoro! Costui è fatto così!" esclamò Corradino con un po' di dispiacere, tanto che sùbito dopo disse "In effetti è strambo forte!".
"Non v'ho bisogno di perdono alcuno, statene pur certo, amico" gli rispose il conte "Ma ora iniziamo la nostra passeggiata sulle rocce, tra i sentieri sterposi, in mezzo ai boschi, sulle montagne... che ne dite?". E l'allegra compagnia si mise in viaggio. 
Tra un discorso e un altro, tra qualche ischerzo e qualche altro motteggio arguto, dopo molte ore di cammino, i giovinotti, guidati da Isidoro - che diceva di essere esperto e conoscitore di quei luoghi! - giunsero in una radura montana, sopra la quale stava una gran roccia, la quale faceva sembrare il luogo a una specie di spelonca mezza aperta, e da dove, purtroppo, non si potevano più cogliere dei punti fermi di riferimento; anzi, cosa che iniziò a far aumentare in loro un senso di paura e di scoramento, dinnanzi, essi potevano scorgere qua e là degli ossami di armenti, e verso il bosco, una vecchia pietra sepolcrale coperta dal muschio.
"Signor conte, dove ci state portando?" domandò indiscreta Aloisa.
"Oh bella! Alla mia dimora!" sbottò Isidoro.
"Cioè voi siete così folle da pensare che da qui potremmo tornare a piedi sulle rive del lago Maggiore?" chiese perplesso Carlo.
"Oh no! Alla mia dimora, e basta...." chiuse immediatamente il conte, mentre il cielo si stava oscurando e tutto d'un tratto minacciava il Temporale.
"Bene, signor Isidoro! Ce lo potevate dire prima che voi avete una casa o una capanna o chissà che altro in questo luogo sperduto e abbandonato. Vi avremmo seguito lo stesso. Ma adesso è forse meglio affrettarci, che prevedo un gran brutto nubifragio" disse Corradino non senza un po' di timore.
"Voi, giovinotti, proprio non capite!" ansimò il conte.
"Ci avete tirato proprio un bel ischerzo! Bravo.... Ma è meglio tornare indietro!" esclamò Aloisa.
"E perché mai?.... Non siete forse miei ospiti?" domandò Isidoro "La mia dimora... è quella!" esclamò additando loro il sepolcro e iscoppiando in una risata diabolica da far paura perfino alle pietre. I giovinotti, però, osarono ridere di gusto, pensando a qualche singolare ischerzo. Ma nello stesso tempo, trascinandosi dietro e causando un sì possente e violento tuono, un fulmine colpì in pieno il conte il quale, invece di morire e di cadere a terra esanime, divenne pallido e perse ogni consistenza corporea, palesandosi così come puro e vero fantasima. I disgraziati, a questo punto, non ebbero tempo di reagire: ci fu una frana, e tutti furono schiacciati e inghiottiti dalle rocce... per sempre... in eterno. Fu così che questi poveracci, che si sforzavano di vedere in un buon e innocuo vegliardo uno spettro, furono raggiunti e massacrati da un vero fantasima, il quale se li portò dritti all'Inferno. 
Si narra che almeno due notti al mese tutti costoro sorgano dalla pietra che li ha inghiottiti e brindino e facciano banchetti funebri e sovrumani con i resti e il sangue degli armenti. Ma sono molti coloro che pensano che, in realtà, costoro non fossero stati raggiunti dalla Morte e dal Demonio, ma che se la fossero data a gambe verso la Svizzera, e che il conte Isidoro fosse dassenno una persona reale, buona... un vero esule. 
Il signor G., invece, visse ancora a lungo e verso la fine della sua vita, se ne tornò in città dove proseguì nelle sue opere di bene tanto che, mentre i ben pensanti e i borghesucci lo davano anch'essi per iettatore e per uomo infernale, i poveri, gli orfanelli e i più bassi dei disgraziati lo ritenevano un santo. Del resto, al momento del suo funerale, non v'erano altri se non tantissimi poveracci.

Epilogo tragi-comico

Una mattina, a Roma, il Cardinale Sua Eminenza Giacomo Antonelli, segretario di Sua Santità Pio IX, stava consultando il caso del signor G., un plico di un centinaio di pagine che qualche buon uomo aveva fatto presente e dato alla Chiesa di Roma per una qualche canonizzazione del nostro amico. Il porporato lesse tutto con assoluta attenzione e si fissò molto sulle presunte accuse mosse a G., tanto che pensò tra sé a quanto la superstizione umana possa diventare esagerata e dannosa. Miei cari, non ve lo sognereste mai: era il 20 settembre del 1870.
Dopo tutto quello che successe, un monsignore fermò Antonelli e gli fece un sermone: "Ecco! La Massoneria, i framassoni... la carboneria, il sistema liberale, il socialismo... l'anticlericalismo... il modernismo! Ecco, Satana è riuscito a rovesciare la Chiesa di Cristo! Ma non prevarranno... non prevarranno!".
Il Cardinale lo fissò a lungo e rispose: "Ma quale Massoneria? Quali framassoni? Quale carboneria? Quale sistema liberale? Ma quale socialismo? Quale anticlericalismo? Quale modernismo?.... Io so bene cosa è stato". Detto questo se ne andò nel suo appartamento, diggià messo sotto custodia da due bersaglieri. Estrasse il plico inerente al signor G. e, facendosi il segno di croce, lo gettò alle fiamme. 
Vedete, cari lettori, come la malizia, il pettegolezzo, l'apparenza delle cose e delle persone, la superstizione e certe semplici e stolte coincidenze che il Caso si mette a seminare sulla nostra via siano armi pericolose, capaci perfino di far dimenticare i Santi.

Landseer Edwin, Old Shepherds Chief Mourner, Romanticismo irlandese, 1837

Massimiliano Zaino di Lavezzaro, Mia Registrata, nella Settimana che va da Lunedì XXVI a Giovedì XXIX del Mese di Agosto AD MMXIX.

mercoledì 7 settembre 2016

Il Nome dell'Autunno

L’Autunno ha il nome di Nerone, il folle,
il Sole che arde l’ùltimo frumento,
e teme il fàr del vento,
le làgrime di prime piogge, e i tùrbini
che spèngono le fiamme in su’ i fienili,
e i ramoscelli vili
che alimèntano il guizzo qui del fuoco,
rimanèndone poco;
mentre d’intorno, per le selve e i pioppi,
il Mostro grida co’ il sparàr dei schioppi…
e il giòvine leprotto che è inseguito
al piè di un sàlice esàla il suo estremo
spiro, e corre al banchetto
di un cacciatòr e di un padre vecchietto.
L’Autunno ha il nome di Unni vagabondi,
lungo l’amara dolcezza del mosto,
è la tomba di agosto,
Àttila che le stirpi sottomette
delle estati del Reno e delle piane
e delle Alpi lontane;
e i trïònfi dei mesi estivi e belli
non son ora che un cènere, e che avelli….
E le foglie or princìpiano a specchiàr
d’in sul mare dei nùgoli ammalati
l’argento ocra del Sole,
pètali rossi di sospese viole.
L’Autunno ha il nome di Napolëòne
con il destriero delle nebbie scialbe
sul fàr delle prime albe,
urla di guerra eterna alle stagioni
quiete, e che ovunque annienta gli orizzonti
con il vespro in su’ i monti,
e con la Morte che esce dalle tasche,
e inghiotte e opprime le cadute frasche….
E l’ùltima bagnante or piange alle onde
che si son fatte gèlide e crudeli,
e piangendo si veste,
mentre tramòntan le gialle foreste.
E tra i miei monti è di caccia oricàlco;
le mie estati, i miei Sogni ei scruta, Autunno,
come la lepre il falco.
Sàtana che è geloso delle chiome
delle querce, ecco! oh stagione, il tuo nome!


Massimiliano Zaino di Lavezzaro

Anne-Louis Girodet Trioson, Ossian riceve i Generali della Repubblica, Pre-Romanticismo francese, Prima Metà del Secolo XIX



Nei Dì di Martedì VI e Mercoledì VII del Mese di Settembre dell’Anno del Signore Iddio Gesù Cristo, di Grazia e di Divina Misericordia AD MMXVI