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venerdì 10 aprile 2015

Ode a un Crepuscolo di Primavera

Nel fresco e mesto zefiro
che intorno spìrasi,
nell’ansia Primavera
che si riprende,
tra’ i blandi incanti e gl’incubi
de’i pruni esanimi,
l’aspide della sera
trista si splende.

Le spire sono lugubri,
la guancia si ulula,
l’alba Luna pasquale
avvolge e stringe,
e ne versa ‘l venefico
umore putrido
del sangue al maëstrale
che ‘l vespro attinge;

e pel fatal crepuscolo
immane un spirito
abbandona di Notte,
sempre più cupo,
tra l’argento de’i nugoli
che si riposano,
e d’in sull’orbe grotte
n’ìstiga ‘l lupo.

Allora i bronzi sònano
pe’i sassi gotici
degli altàr tutelari
donde co’i scettri
d’in su’i crocicchi immobili
le streghe sorgono,
come funerei mari,
demòni e spettri.

Frattanto ‘l cielo in tremiti
giace, e tormèntasi,
coll’impazzito senso
dell’etra oscura
che ovunque e trista làgnasi,
a’ rivi e a’ frassini,
e nel silenzio immenso
della Natura,

e lungi i monti in grandini
perenni e orribili
dalla sera inghiottiti,
avvinti e avvolti
tetramente ne vengono
in men d’un attimo,
e pe’i nembi infiniti
i ghiacci sciolti

tempestosi n’ondeggiano,
sempre invisibili,
e l’ombre della Vita
e delle cime
nel fior notturno fòndonsi,
e qui ne mèndicano
l’insonnia e inqueta e inclìta,
l’ansia sublime.

Così la serpe in tenebre
agli astri spasima,
come un verme d’avello
la Luna eròde,
d’ossa irridenti ‘l cenere,
sudario indocile,
e ispira ‘l folle augello,
a Morte un’ode;

e le ridde si splendono  
crudeli e in brividi
ai sabbath tristi e osceni
del prence terreo,
e le coppe gorgogliano
de’i filtri ignobili,
de’i meschini veleni,
un tino ferreo,

e gli Elementi aleggiano
in Furie barbare,
nebulose di doglie,
Caos sempiterno,
come gràcil fantasimi
che si lamentano
per le sorgenti foglie
d’in sull’Inferno.

Ulula ancora ‘l funebre
manto che tremola
della zanna affamata
del lupo insonne,
pel qual rabbrividiscono
nel letto i pargoli
alla fola narrata
dall’ansie donne;

e ‘l pastorello perfido
a quest’immagine
d’un capro, occhio di sangue,
tosto s’inchina,
e gli offre ‘l fieno e l’etere
côlto da Sàtana,
e l’orizzonte langue
di lampi e brina.

Di Morte tinto un nugolo
s’inebria d’àlighe
che un ruscello ne dona
all’alte sponde
quando l’acque traboccano
e ‘l suol ricoprono,
e ogni lume abbandona
le nubi bionde,

e le campane strillano
sempre più funebri,
un cranio è ‘l Sol che muore,
osso d’un uomo,
gli occhi si decompongono
al volto tisico
d’un terribile core,
d’un negro atòmo,

e la Notte si scalpita,
questo crepuscolo
la Primavera uccide,
e tetro strilla,
e regna solo ‘l Dèmone,
di dubbio incognito,
e l’alba e ‘l giorno irride
e in lazzi trilla.

Oh Poëta, di tenebre
è ‘l Tempo instabile!....
È giunto ‘l vespro, e resta,
più non dispare.
Fu ‘l Sole un sogno affabile,
un sonno docile.
Ma ora vien la Tempesta,
t’annega ‘l mare!


Massimiliano Zaino di Lavezzaro



Venerdì X Aprile AD MMXV

lunedì 26 gennaio 2015

Idillio romantico d'un Paesaggio del Nord

Al vento in Furie e gelido
d’un lito nordico
e al timido tramonto e al vespertino
etere d’inquietudine,
e al calle che nudrìa la quercia e ‘l pino,
e presso i pioppi e i frassini
avvolti in tenebre,
or implorando pièta
e al sòn dell’arpa
in un corvin mantel coverto stava
quei che qui ne cantava,
ed era mesto e affralito,
di pianto stridulo,
e fu un mìser Poëta,
in negra ciarpa.

Allor a un nembo pallido
di stral terribile -
perno d’un guardo d’un astro di guerra -
qui penando quest’anima
sovra gli sterpi dell’orrida terra,
e in tristi e folli spasimi -
singulti flebili -
scorgea - e nel ciel - la Luna
e scialba l’etra
che l’argento di questa or dischiudeva,
e i pensier ne scorreva
ei che sempre spasmavasi
in lagna orribile
nell’ansia Notte bruna
sur d’una pietra;

e all’orizzonte or cerulo
del vespro incognito
dove del giorno la brage moriva -
di ruscel lapislazzuli
gli astri che l’aura notturna assaliva -
e alle montagne in cenere,
oblio de’i valichi,
lo scarno ciglio ei volse,
e ‘l cupo vide
la lugubre ghirlanda or della sera
che docile e in preghiera
alle vette lagnàvasi
fragile e apatica,
ed ei oramai l’accolse
co’ vette infide.

Così seduto a un rigido
sasso d’un apice,
‘ve un monte s’estollea pe’i boschi oscuri,
e le cime gridavano
tra le bave de’i ghiacci e freddi e impuri,
e contemplando in tremiti
l’eterne grandini,
all’ime valli e a’ piani
i campi spogli
co’ un guardo e col cantar affisse, e scorse
gli aratori e s’accorse
che queti sen tornavano
a’ covi poveri
soffiando or sogni insani,
e lieti e cogli

istrumenti di fatica,
e i bovi languidi,
e i putridi covoni e l’erbe scialbe
e n’attendevano
annottando seren novelle l’albe;
ed ei tuttora in brividi
e in folle spasimo
a lor volgeva ‘l canto
e la lagnanza,
e giovin contemplava ‘l fero cielo,
pinto d’orror, di gelo
come un viandante debile
dal Fato misero,
e detergendo ‘l pianto
co’ una romanza,

e n’ammirava i nordici
torrenti e l’àlighe
l’ôr della Luna che stava alle cime,
e meditàvane
l’ore notturne d’istante sublime,
e vêr l’aure scandìnave
e i rivi fìnnici
spiegando ‘l ner mantello,
l’arpa n’alzava,
e i carmi alle Valchirie ne gemeva,
e lagnando fendeva
del meridione elvetico
in urla l’etere,
e intanto un veglio ostello
e in su’ mirava.

Era una roccia gotica,
or miserabile,
dagli astri or rimaneva or pinta e intrisa -
di Notte pallida -
pietra di guerra da’i prodi conquisa,
e quivi torreggiavano
pel tetro valico
i ponti e ‘l barbacane,
e la magione,
e i torrioni cadenti e i mur consunti,
come fosser defunti,
e falbi e tristi i ruderi
antichi d’attimi,
e l’orba corte e immane
in rocce prone,

e più cupo estendèvasi
al fianco torbido
tra’i sassi sepolcrali e i rei recinti
e i freddi tumuli
in sospiri lunari avvolti e avvinti,
e stando in tetri gemiti
colmo di spiriti
un truce monastero
or smorto e spento,
e dappresso le vie e gli altri sentieri
or de’i baldi Tempieri
a’ spenti e cupi nuvoli
atroce stàvasi,
marmoreo un cimitero,
fior del tormento.

Allor quest’uomo udìvane
i spiri orribili,
tra’i sassi ‘l vagolar di truci istorie,
e tosto abbrividìvasi
pell’antiche e feroci ed empie glorie,
e ascoltava le lagrime
qui lamentevoli
de’i scorsi rapimenti
e delle Messe,
e n’ammirava i torvi e insani preti -
l’avare e bieche seti -
e i spettri rei de’i Monaci
che s’aggiravano
vagando in torneamenti;
e più non resse,

e tra le scialbe roveri
e negri gli àceri,
e le betulle oscure e i salci e i pioppi,
e sempre spasimàndosi
nel sognar de’i crudeli e rei galoppi,
or funebre lagnàvasi
in sì durevoli
affanni e pene in core,
e ne spirava,
e alla destra sen stava in requie e stretta
l’arpa melliflua e diletta,
e al vento sibilàvane
in mesti pizzichi,
e un perenne dolore
or s’infuriava;

e la Notte regnava:
Notte di sangue, di teschi e di Sorte,
vampa lunare di guerra e di Morte!

E un spettro ne portava
nella gelida mano un teschio in spettro,
falba clamide insana, e cieco scettro,

e un lupo n’ululava
pel bosco che dormiva in truce requie,
un vespro che sonàva un’alta esequie.

Quest’è l’idillio lugubre
del Nord terribile
‘ve perfin le montagne
eterni sono spasimi,
perenni lagne;

e pell’ime campagne
tra’i Giganti de’i monti fuvvi orrore:
niuna spene pe’ nembi, e niun chiarore!


Massimiliano Zaino di Lavezzaro



Lunedì XXVI Gennaio AD MMXV