Cerca nel blog

Visualizzazione post con etichetta Epitaffi poetici. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Epitaffi poetici. Mostra tutti i post

martedì 8 ottobre 2019

Strofe saffiche - Gli Epitaffi di Ottobre

Non furon giambi, non furono carmi;
ma i fiori sono sempre rifioriti
nel petto della Primavera, intorno
all'ellera. Ora,

mi trascina la Furia del Mistero,
l'incognito selvaggio oltre la sera;
ed è un senso di lugubre mestizia
il mio muto animo

che nel riverbero un po' aspro di queste
mie luci cittadine or si disperde,
rarefatto nel mare della sòlita
Notte che grida.

Non fu il riposo dell'Arbogna o della
campagna, o gli alberi irti delle terre
che dormivano calme; ma son sempre
rimasti fermi

i sassi che ondeggiaron per due o tre
tiri sulle onde di traverso per i
sognati palpiti. Oh serena luce
di sera! tu

qui ascolti il testamento di quest'ultimo
bardo; ma osi silenziar la tua bocca,
rinnegare la morbida parola
alla mia angoscia.

(E) ora ho päura della solitudine
che mi porti nel tuono del tuo sguardo,
con i ceri del Sole che si spengono,
con le sfumate

ombre dell'infinito tuo Tramonto,
colpevole di celarti a me che urlo.
No! Non furono giambi ma epitaffi
sull'ellera. È ora!

Gai a questi epitaffi erano i Sogni,
nello späesato Tramonto. Piovve.
Lagrimarono i miei occhi illagrimati 
stolti Destini.

Caspar David Friedrich, Un Cimitero in Mezzo alla Neve, Romanticismo tedesco, 1817-1819

Massimiliano Zaino di Lavezzaro, Mia Registrata, in Dì di Martedì VIII del Mese di Ottobre AD MMXIX.

lunedì 24 agosto 2015

Epitaffio macabro d'un Visionario ai suoi Sogni

Non son che un visionario, un uom di sogni,
che odia la Vita che fugge maldestra.
Ma tu, oh tu, cuore mio, non ti vergogni?
Senti? Non sboccia l’aulente ginestra?
Grida il deserto, e sono solitario,
e nelle vene serpeggia un lamento.
Lo vuoi sapèr? Tu, oh tu, fuggèvol vento?
Ecco le lagne d’un cuor visionario!
Scruto lontano l’immenso orizzonte;
non vedi il Sole che cade da un monte?
Il crepuscolo grida, e vien la sera,
un bronzo suona una dolce preghiera.

Un dì verrà nel ciel l’eterno mare,
e saranno tramonti
in quest’onde di vetro, e io dovrò urlare
i miei racconti;
quando sarà nel roseo Sole il Fato,
sogni mendaci, e quando
mi desterò da un sonno intemerato
d’un sogno blando,
e fuggiranno i pellegrìn respiri
del visionario cuore,
e quando il vespro sarà Notte, e l’iri
cadrà in dolore,
saprò morìr consapevole e stolto
delle vanità asperse
là, quando il pianto cadeva dal volto,
le guance terse,
e il sogno muterà in un verme ai fondi
dei suoli sepolcrali,
e urlerà un tuono dai nembi iracondi
tra i maëstrali.
Un giorno giungerà la Morte, oh sogno,
e vedrò questi inganni
che pur mi sono inflitto, e mi vergogno
dei loro affanni,
e sarò un occhio maldestro e soffrente
spento dai desidèri,
e a te, nel cuore e nel fior della mente
brilleràn ceri.
Saranno vani gli istanti d’insonne
sognàr di Poësia,
i palpiti del cuor, le ambite donne,
andati via;
e quando all’alba urlerà una campana
sul vôl d’una colomba,
vedrò la Vita che s’è fatta vana
scender la tomba,
e sarà l’urlo dei miei patimenti
e del lungo mio canto
nient’altro che la nenia e i Sentimenti
del camposanto,
e rimarrà che un vivo sogno in petto,
l’ultimo sogno mio!
Da questa vanità son stato infetto;
mi resta Iddio!

Ma nei pensièr che rifletto e che grido
tuttora il sogno procede in furori.
Non avrò, dunque, un solitario nido
dove il silenzio avrò, se non dolori?
Sepolcri! Nenie! Sospiri in agguato!
Non son che un’ombra che soffre il Destino,
cui resta il sogno d’un giorno divino!
E sempre giaccio; e sono addolorato!
Perché sognàr? Perché? Dìmmelo, oh cuore!
Perché lambìr questo sogno che muore?
E in questa mente che sogna smarrita,
perché? perché non posso aver la Vita?


Massimiliano Zaino di Lavezzaro



Lunedì XXIV Agosto AD MMXV