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mercoledì 7 ottobre 2015

Una Messa di Montagna

Il pàrroco vecchietto e il sagrestano
al venìr della sera vanno al monte,
quando le nubi sono nebbie ardite,
e s’apprestano a dir la santa Messa.
Il pàrroco vecchietto e il sagrestano
bramano celebrare a Iddio nei boschi
delle montagne sul far della Notte
vicino alla cappella della Vergine.

Senti? Ho paüra: ha lamentato il lupo,
sogghigna al prete il fedèl timoroso.
Senti? Ho paüra: ha lamentato il lupo.
Non è la vetta giusta per dir la Messa.
Sul Ghiridone non ci sono i lupi,
dice il prevosto, è un sogno del tuo cuore.
Sul Ghiridone regna il falco arcigno,
a niente un falco ha mai fatto del male.

Ulula, eppure, un gemito furioso.
Forse una lupa ha valicato il monte,
e ha partorito i figliuoli affamati.
Ulula, eppure, un gemito furioso.

Il pàrroco vecchietto e il sagrestano
sotto l’ombra dei faggi e presso il muro
della pieve cadente fan l’altare,
laddove i Celti han lasciato due pietre.
Il pàrroco vecchietto e il sagrestano
si guardano nel volto e si sorrìdono,
l’uno con fede, l’altro con i dubbi,
e sulla roccia lambiscono un calice.

Senti? Sei sordo? Un lupo si tormenta,
contorce le sue fauci, è nero e impuro.
Senti? Sei sordo? Un lupo si tormenta,
vuole mangiarci, qui, alla nostra mensa.
Non farci caso: è Sàtana che grida,
che dòmina sui boschi e la Natura.
Non farci caso: è Sàtana che grida,
vuole farci morire di spavento.

Ma chi è mai questo Sàtana selvaggio?
È un sogno orrendo tra il dubbio e l’affanno,
una chimera nel Nulla del cielo.
Ma chi è mai questo Sàtana selvaggio?

Il pàrroco vecchietto e il sagrestano
fan penitenza sotto i faggi oscuri,
flagellati dal vespro che sovviene,
nell’incanto sublime di quest’Alpi.
Il pàrroco vecchietto e il sagrestano
cantano il Kyrie sul vento che soffia,
mentre tremante una ràdice geme,
quando la Notte sovviene più nera.

Ma non senti che il Diàvolo ci insidia?
Con il suo soffio ha preso in man la Bibbia.
Ma non senti che il Diàvolo ci insidia?
Non è il Diàvolo, è il vento che si gela.
Togli dal cuore questi aspri pensieri:
Sàtana è un verme che pompa nel sangue.
Togli dal cuore questi aspri pensieri:
senti? Il silenzio d’intorno governa.

Non ci son lupi, e tace il Ghiridone.
Occhi di fiamme avvolgono il crepuscolo,
e l’incensiere profuma di zolfo.
Non ci son lupi, e tace il Ghiridone.

Il pàrroco vecchietto e il sagrestano
dìcon la Messa, e viene l’Offertorio,
è tempo di donare a Iddio una preghiera
perché s’effonda il suo Corpo e il suo Sangue.
Il pàrroco vecchietto e il sagrestano
s’inginocchiano e pregano alla Vergine,
e hanno in mano un rosario di noce,
i cui granelli son occhi di fuoco.

Dov’è finito il pane che era all’ara?
L’ha divorato Sàtana, egli stesso.
Dov’è finito il pane che era all’ara.
Lo prese per non farlo consacrare.
Di’, l’hai mangiato perché avevi fame?
Non son blasfemo, non l’avrei mai fatto.
Di’, l’hai mangiato perché avevi fame?
È stato Sàtana, egli steso, ‘l giuro!

Dov’è Sàtana, l’immondo fantasma?
Tace la Notte, e Cristo non si mostra,
e l’incubo spaventa i suoi fedeli.
Dov’è Sàtana, l’immondo fantasma?

Il pàrroco vecchietto e il sagrestano
scrutano un gufo su un ramo di frassino:
ha tra gli artigli il pane che cercano,
muove la coda e questo cade a terra.
Il pàrroco vecchietto e il sagrestano
si guardano tremanti e son sconvolti,
Sàtana è un’ala d’un bieco rapace,
e la nòttola li guarda infuriata.

Il sagrestano allor raccoglie il pane.
Lascialo stare: Sàtana lo ha vinto.
Il sagrestano allor raccoglie il pane.
Non raccoglierlo. Non è più del Santo.
Ma Iddio, di’, non può nulla? È il più potente!
No, perché ti contempla in fondo al cuore.
Ma Iddio, di’, non può nulla? È il più potente!
No! Perché sei tu Sàtana, il selvaggio.

Sàtana è il dubbio, il lupo del pensiero,
è la carne che trema nelle tènebre,
sogno represso nel cuore dell’uomo.
Sàtana è il dubbio, il lupo del pensiero.

E il sagrestano ascolta l’esorcismo,
e grida, e sbraita e vede i lupi infami.
E si mette a cantare il sabba e è in ridda,
e come un cigno, quando ha smesso il canto
cade supino a terra. Tace. È morto!


Massimiliano Zaino di Lavezzaro



Mercoledì VII Ottobre AD MMXV